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8 MARZO, FESTA DELLA DONNA?

Certamente la donna ha di che dolersi della situazione di subalternità a cui è costretta e la volontà di emancipazione e di uguaglianza con l'uomo, a cui aspira, è non solo legittima, ma sorretta da pressoché universali e autorevoli dichiarazioni di Organizzazioni Internazionali, umanitarie, sociali, politiche; Carte dei Diritti; Costituzioni. Tanti proponimenti, tante parole, tante dichiarazioni... disattese, inutili, quando non palesemente calpestate o stumentalizzate, poiché non è sufficiente la volontà di giustizia per ottenerla, in quanto essa è strettamente legata alla realtà socioeconomica in cui si trova.
Nella società medioevale la donna, dal momento del matrimonio, abbandonava la sudditanza della casa paterna ed entrava a far parte della "grande famiglia patriarcale" del marito, gli unici ruoli che poteva svolgere, oltre all’allevamento dei figli, erano i lavori domestici e nei campi. Con la trasformazione capitalistica dei rapporti di produzione che richiamavano verso le città enormi masse in cerca di lavoro, si affermò la "piccola famiglia patriarcale" composta di un solo nucleo famigliare e il conseguente ingresso della donna nell'ambito lavorativo della fabbrica, che ha permesso (anche perché era nell'interesse del capitale), l'inizio della sua emancipazione pur senza permetterle di acquisire un'istruzione che le consentisse una reale parità con l'uomo anzi, lo sfruttamento delle donne e dei bambini era, e ancor oggi nella maggior parte dei Paesi del mondo rimane, il peggiore.
Dopo secoli di "progresso" la donna dei Paesi industrializzati, lungi dall'aver conquistato la parità con l'uomo, viene mercificata e utilizzata come oggetto. Sappiamo che nelle città del nostro Paese, così "libero" e "democratico" sono state scoperte ragazze e bambine ridotte a lavorare in semi-schiavitù oltre 12 ore al giorno per poche migliaia di lire. Così come nella ex Germania Orientale, dopo la distruzione del socialismo, per avere la speranza di un posto di lavoro, le donne debbono ricorrere perfino alla sterilizzazione. Queste tragedie convivono con il consumismo più sfrenato, ottenuto con lo sfruttamento atroce dei popoli del cosiddetto Terzo Mondo, dove, per permettere il nostro consumismo muoiono 40.000 bambini al giorno per fame; dove la nascita di una femmina è vista come una disgrazia per le misere famiglie che hanno bisogno di figli maschi, robusti, per produrre il nostro consumismo.
Altro che festa: questa è l'innumerevole beffa che si aggiunge all'iniquità.
L'emancipazione della donna, in qualunque parte del mondo, si collega all'emancipazione politica dei lavoratori e, poiché la subordinazione della donna, come lo sfruttamento della classe operaia, ha radici nei rapporti di produzione, rimane un problema insolubile se affrontato nell'ottica e con gli strumenti e la cultura borghese, perché ciò è parte integrante della struttura antagonistica della società di classe che pone costantemente in competizione gli uni contro gli altri; una classe contro l'altra; i bianco contro il nero; il "normale" contro il "diverso"; l'uomo contro la donna; l'umanità contro la natura, riproducendo in negativo la legge della giungla, dove sopravvive solo il più forte, il più aggressivo, elevando la violenza a regola di sé stessa.
Solo una società mirata alla collaborazione, che non gestisce l'economia come un fatto privato, ma la finalizza ai bisogni del popolo al quale restituisce servizi sociali e vita dignitosa in cambio del suo lavoro può affrontare risolutivamente il problema della donna: solo la collettivizzazione dei mezzi di produzione può portare all'eliminazione di ogni forma di oppressione di classe, razziale e di sesso.
"Schiavo del capitale, l'uomo, corrotto dalla sua stessa schiavitù, cerca di prendere la rivincita soggiogando la donna, sfruttandola e martirizzandola. Estenuato da un lavoro senza gioia e senza ideale, l'uomo cerca oblio nell'alcol, nella crapula; la donna, custode del focolare, ne è sempre la vittima. E' la donna che prepara la carne da cannone, la carne da sfruttare, la carne da piacere. La donna non diventerà libera che quando l'uomo sarà libero". (Carla Ravera, 1921)
Nell'inverno del 1908, a New York, le operaie dell'industria tessile Cotton scioperarono chiedendo migliori condizioni di lavoro. Lo sciopero durò alcuni giorni, finché l'8 marzo il proprietario Mr. Johnson, bloccò tutte le porte dell'opificio e imprigionò le scioperanti nella fabbrica alla quale venne appiccato il fuoco. Le 129 operaie morirono, arse dalle fiamme.
Fu Rosa Luxemburg a proporre, in ricordo della tragedia, la data dell'8 marzo come giornata di lotta internazionale

 

 


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