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Oggi, 20 marzo 2003, si è scatenata un'altra guerra di aggressione imperialista. Questa volta contro l'Irak, per il controllo delle ricchezze petrolifere. I cittadini del nostro paese, come di altri, è diviso tra chi è contrario e chi a favore, ma gli uni e gli altri, solitamente, non hanno nessuna conoscenza dei due secoli di interventi militari, accordi segreti e trattati arbitrari che si sono succeduti nel perverso processo di formazione della "legalità internazionale" nel Golfo Persico e dintorni.

Ritorna quindi utile rileggere lo straordinario libro scritto dodici anni fa, nel periodo della precedente invasione Usa, dallo storico marxista Filippo Gaja. Un libro rigoroso, colmo di documenti e testimonianze, indispensabile per capire la situazione medio orientale e le mire imperialiste sull'area. Un ottimo libro di analisi materialistico-dialettica.

In questa pagina viene proposta la dettagliata introduzione e, nelle successive, i capitoli più significativi per comprendere i reali motivi dell'attuale aggressione imperialista.

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Le frontiere maledette del Medio Oriente
di Filippo Gaja
Maquis Editore
Febbraio 1991


Introduzione

Nell'autunno del 1988 lessi una agghiacciante considerazione espressa da Israel Shahak, presidente della Lega israeliana dei diritti dell'uomo, che scriveva: «In quali condizioni l'attuale gruppo dirigente israeliano potrà operare il desiderato "trasferimento" di grande ampiezza (l'argomento era l'espulsione dei palestinesi dai territori occupati, n.d.a.) e continuare nello stesso tempo a ricevere l'ugualmente desiderato denaro americano? (...) La migliore risposta che io posso proporre a questa domanda essenziale è che il "trasferimento" potrà essere tentato in due circostanze: o per una guerra a iniziativa di Israele, o in una situazione in cui gli interessi americani in Medio Oriente, cioè i giacimenti petroliferi del Golfo, fossero seriamente minacciati e i regimi filoamericani fossero in pericolo di tracollo. Israele si presenterà in questo caso come il solo alleato di peso per gli americani nella regione (...) La mia opinione è che (...) Israele diverrà un alleato talmente importante per gli Stati Uniti che "in quanto difensore della civiltà occidentale nella regione" (espressione spesso usata dalla propaganda sionista negli Stati Uniti, anche se un po' meno da quando la televisione ha mostrato le immagini dell'Intifada) avrà diritto di applicare una politica di tipo nazista, come ad esempio l'espulsione totale. Non dimentichiamo che anche i nazisti all'epoca pretendevano di "difendere la civiltà occidentale contro il comunismo" e che molti lo credettero» .
Era una previsione che di fatto conduceva all'idea dell'imminenza di una guerra.
Con tutta evidenza non era una sola guerra che Shahak vedeva come possibile, dal suo posto di osservazione privilegiato, ma due: una guerra arabo-israeliana e una guerra americana per il petrolio. A conti fatti, queste due guerre tornavano poi a fondersi in una sola. Tutti quelli che si occupano di problemi mediorientali tengono sempre a mente che dal dicembre 1981 gli Stati Uniti ed Israele sono uniti da un trattato di alleanza strategica. Vi sono clausole segrete e clausole segretissime di questo trattato. La parte segretissima impegnerebbe gli USA ad aiutare gli israeliani a fabbricare missili a testata nucleare, secondo le affermazioni del giornale saudita Al Sharq Al Awsit, pubblicato a Londra. Quanto alla parte che è soltanto segreta, questa viene citata sistematicamente dalla stampa israeliana. Per usare le parole del Jerusalem Post, gli Stati Uniti hanno assunto fin dal 1981 l'impegno di «preservare la superiorità di Israele nei confronti della coalizione araba». In altre parole, il Pentagono ha fornito la garanzia di mantenere lo Stato ebraico in una condizione di supremazia militare assoluta su tutti gli eserciti arabi riuniti. La forza militare di tutti gli Stati arabi messi insieme non dovrà mai superare, in particolare dal punto di vista qualitativo, quella di Israele. Questo accordo evidenzia nel modo più esplicito l'importanza ed il ruolo che Israele assume in Medio Oriente e nella strategia americana.
La ricerca della superiorità militare assoluta comporta in se stessa la bivalenza difensiva-offensiva. Dubbi non possono comunque sussistere giacché sempre nel dicembre 1981 l'allora ministro della Difesa israeliano, il generale Ariel Sharon, definì con la massima precisione gli obiettivi della politica militare israeliana: «La sfera di interesse strategico di Israele deve essere allargata fino a includervi, negli anni Ottanta, paesi come Turchia, Iran e Pakistan e aree come il Golfo Persico e l'Africa».
Per conseguenza non esistono due politiche, una americana e una israeliana per il Medio Oriente; le due politiche in ultima analisi sono una sola, poiché finiscono sempre per integrarsi. Ogni fattore è ricondotto al problema centrale, quello che costituisce il nocciolo della questione, il dominio strategico del Medio Oriente e la "vigilanza" sui paesi arabi.
Ancor meno esistono singoli problemi separabili dal contesto generale. In senso ora attivo ora passivo, l'uno influenza l'altro. Non c'è un problema palestinese separato da quello dell'immigrazione degli ebrei sovietici, dal problema del nazionalismo arabo, dal problema dell'integralismo islamico, dal problema del prezzo del petrolio, dal problema della regolazione dell'estrazione del greggio, dal problema dell'armamento arabo, dal problema della potenza militare israeliana. Schematicamente, se i palestinesi vengono attaccati da Israele perché gli ebrei sovietici nuovi arrivati hanno bisogno di spazio, il nazionalismo arabo esplode, l'integralismo islamico chiede la guerra santa, gli arabi sotto la spinta delle masse brandiscono l'arma del petrolio e tendono ad armarsi e la potenza militare israeliana tende a distruggere l'armamento arabo. La concatenazione può essere invertita partendo da ognuno di questi fattori.
È difficile immaginare il modo in cui sarebbe possibile disinnescarne anche uno soltanto. La dinamica di ciascuno possiede una propria traiettoria infallibile che conduce sempre allo scontro militare.
C'è un dosaggio che la diplomazia definisce «equilibrio». Il difetto del dosaggio è che, nella realtà, esso consiste nel contenimento forzoso della potenzialità esplosiva di ciascun fattore, contenimento che prevede inevitabilmente l'uso di una certa quantità di forza o quantomeno di costrizione, e per conseguenza produce un certo grado di tensione. Assomiglia al processo che si compie in una pentola a pressione sotto cui è permanentemente acceso un fuoco o un fuocherello. Solo che in questo caso in ogni pentola non c'è acqua, c'è una miscela esplosiva, che quando scoppia produce grande calore e minaccia di provocare una deflagrazione generale di tutte le pentole, per simpatia.
Perché ciò sia chiaro vorrei dare al lettore l'esempio di come è stata «costruita» la guerra che chiamiamo convenzionalmente del Kuwait, e nella quale il Kuwait è in fondo il più trascurabile degli elementi.
Dal 1988 mi sono proposto di accumulare documentazione sul Medio Oriente cercando di identificare gli stati di avanzamento del processo che può condurre alla «soluzione finale» del problema palestinese com'è prospettata da Israel Shahak, cioè l'espulsione militare dei palestinesi dalla Cisgiordania.
Il 1988 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico in Medio Oriente, poiché vide terminare (l'8 agosto) la guerra fra Iran e Irak, con un nulla di fatto che lasciava affacciate sul Golfo Persico due potenze militari duramente provate, ma insieme agguerrite, con due corpi di battaglia dotati di grande esperienza di combattimento e nel complesso più forti di quando avevano iniziato la guerra. In particolare l'Irak poteva vantare 55 divisioni, 700 aerei, 5.500 carri armati, una potentissima artiglieria e 2.500 missili di vario tipo.
Il problema del rapporto di forze tornava quindi a proporsi, ma non più soltanto per Israele, bensì soprattutto per gli Stati Uniti, i quali nel corso degli otto anni del conflitto Iran-Irak avevano giocato (con intelligenza o con stupidità sarà la storia a dirlo) la carta del laico Saddam contro il fanatico Khomeini, che, in termini più vicini alla realtà politica, è come dire che avevano armato il nazionalismo arabo iracheno per indebolire l'integralismo islamico iraniano.
Anche il 1989 fu un anno di svolta dal punto di vista strategico, ma per un diverso motivo. La distensione, l'evoluzione politica intervenuta all'interno dell'Unione Sovietica, i mutamenti nell'Est europeo, aprirono la strada a una nuova ondata di emigrazione ebraica verso Israele. Ciò diede la concreta possibilità ai sionisti di mettere in esecuzione i vecchi piani di espansione demografica (portare gli abitanti dello Stato ebraico a 7 milioni entro il duemila) che erano rimasti un miraggio fino a quando l'URSS, per rispetto verso gli arabi, aveva impedito l'espatrio agli ebrei. Mi limiterò qui a elencare cronologicamente i fatti che, a mio modo di vedere, hanno segnato la progressiva corsa verso lo scontro.
Il 16 settembre 1989, prendendo in esame la decisione americana di limitare l'afflusso di ebrei sovietici negli Stati Uniti, il primo ministro israeliano Itzhak Shamir disse: «Gli ebrei vogliono lasciare l'Unione Sovietica. Diciamo pure che preferirebbero l'America a Israele. Ma non possono andare in America. Quindi verranno in Israele». Già da mesi l'arrivo di una grande ondata immigratoria dall'Est e dall'URSS era causa di un acceso confronto politico all'interno di Israele. I movimenti estremisti invitavano incessantemente nei loro interventi all'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania manu militari. Le prese di posizione ufficiali di Shamir, nel suo doppio ruolo di esponente delle tendenze estremistiche prevalenti in Israele e di capo dell'esecutivo, contenute in una serie di interviste pubblicate con grande rilievo dalla stampa israeliana, sono la traccia più significativa per seguire l'evoluzione della situazione dal lato dello Stato ebraico.
Nel febbraio del 1990 Shamir causò una tempesta politica internazionale dichiarando: «Un grande Israele è necessario per installarvi tutti gli ebrei sovietici». "Grande" è un'espressione ambigua, che può essere molto minacciosa in bocca a un sionista, come il lettore apprenderà leggendo questo libro. Il 3 marzo, mentre l'interesse del mondo era concentrato sull'ipotesi di trattative in vista di una soluzione del problema dei territori occupati, Shamir fu interrogato su che cosa avrebbe dovuto fare l'OLP per rendersi accettabile come interlocutore nei colloqui di pace. La sua risposta lapidaria fu mirata per liquidare ogni possibilità di trattativa: «L'unica cosa che può fare è sciogliersi, perché la sua richiesta minima è uno Stato palestinese e uno Stato palestinese non può coesistere con Israele». A ben riflettere, con questo Shamir introduceva già un'ipotesi di guerra, in quanto ignorava ogni possibilità di pace. Se infatti la sola possibilità di pace consiste nel dare ai palestinesi lo Stato che ormai tutta l'umanità riconosce loro come un diritto, il negare qualunque possibilità di coesistenza equivale a ipotizzare la guerra come unico mezzo da parte araba per conseguire la realizzazione del diritto, e da parte israeliana per impedirlo.
Nella stessa intervista del 3 marzo Shamir affrontava in chiaro il problema degli ebrei sovietici: «Il popolo ebraico deve concentrare tutti i suoi sforzi e tutte le sue capacità nell' assorbimento dell'immigrazione sovietica. Deve far venire qui e insediare il massimo numero di ebrei sovietici entro la fine del secolo. Dobbiamo condizionare tutti gli altri problemi politici e sociali a questo dovere. Io propongo che tutti i leaders di Israele si occupino esclusivamente dell'immigrazione sovietica». Infine anticipava più precisamente l'evoluzione che ci si doveva attendere dallo Stato ebraico: «(...) Una grande immigrazione ha bisogno di uno Stato forte». Il portato ovvio di questa politica era che Israele doveva far conto soprattutto, se non esclusivamente, sulla sua potenza militare, tanto offensiva quanto difensiva.
Il 21 giugno 1990, in un'altra intervista dall'intonazione solenne, Shamir sottolineava la natura di sfida agli arabi che l'immigrazione di massa di ebrei sovietici assumeva. Un giornalista gli aveva chiesto: «Alcuni credono che il deterioramento della situazione ci porterà a una guerra». «Dopo un intervallo di relativa tranquillità voci di guerra si ricominciano a sentire nel mondo arabo (...) Questa volta è l'Irak», rispose Shamir. «Alcuni paesi arabi sono realmente sinceri quando dicono che è l'immigrazione stessa che crea il pericolo di guerra (...)» «Allora gli arabi sono giustificati nella loro paura dell'immigrazione», aveva insistito il giornalista. Shamir non si lasciò sfuggire l'occasione di lanciare il suo messaggio finale: «Hanno ragione, dal loro punto di vista, perché questa immigrazione è la vera vittoria del sionismo e di tutto ciò che Israele significa». Ancora una volta bisogna ricorrere alla storia per comprendere «tutto ciò che Israele significa», e rimando il lettore al contenuto del libro.
Uno stillicidio di notizie di significato inequivocabile faceva da contorno agli orientamenti generali enunciati da Shamir, indicando come drammaticamente vicino nel tempo il momento in cui la politica israeliana avrebbe urtato contro la resistenza del mondo arabo. Il 20 gennaio 1990 il generale Yitzhak Mordechai, comandante delle truppe israeliane in Cisgiordania, annunciò che la soluzione militare contro l'Intifada era ormai, più che una possibilità, una certezza, affermando senza condizionali: «La rivolta sarà schiacciata da una posizione di forza con la potenza delle forze armate israeliane». L'ipotesi di Israel Shahak relativa alla causa scatenante di un nuovo conflitto arabo-israeliano cominciava così a prendere forma concreta.
In marzo Israele stabilì la censura militare su tutte le notizie riguardanti l'arrivo degli immigrati dall'Est e dall'URSS. Alla fine di marzo i servizi segreti americani e inglesi provocarono il sequestro di 40 detonatori nucleari diretti all'Irak. Il 2 aprile, Saddam Hussein dichiarò che la campagna di stampa scatenata contro l'Irak sulla base di questo episodio aveva lo scopo di fornire una giustificazione ad un attacco «chirurgico» da parte di Israele contro le industrie militari irachene, analogo a quello che aveva lanciato nel 1981 contro il reattore nucleare «Osirak». Lo stesso 2 aprile Israele metteva in orbita, con un missile della famiglia «Shavit», il satellite «Ofek-2» con capacità militari. Contemporaneamente nel deserto del Negev entrava in funzione la stazione radio della «Voice of America» (la voce dell'America) per trasmissioni in lingua araba.
Ogni dubbio che un conflitto stava preparandosi doveva essere eliminato agli occhi di qualsiasi osservatore attento, all'apparire, il 5 maggio 1990, sul Jerusalem Post, di un significativo articolo dovuto alla penna del colonnello Irving Kett, dell'esercito degli Stati Uniti, un esperto di alto rango di strategia militare americana applicata al teatro di operazioni israelo-palestinese. Nel 1974 Kett era stato inviato in Israele dallo «US War College», per definire, a uso del Dipartimento di Stato, i limiti territoriali minimi per la sicurezza dello Stato ebraico. Pertanto è un'autorità indiscutibile nella materia. Nell'articolo Kett illustrava il suo pensiero ricordando, a titolo di premessa, la presa di posizione di 100 generali e ammiragli americani che nell'ottobre del 1988 avevano affittato un'intera pagina del Washington Times per sollecitare clamorosamente Israele a non abbandonare in alcun caso i territori occupati, sulla base della considerazione che «(...) Un Israele forte ha servito gli interessi americani. Per rimanere forte deve conservare la linea del fiume Giordano come suo confine orientale. Premere su Israele perché si ritiri da questa linea, né porterà la pace, né servirà gli interessi americani». Evidentemente chi aveva ordinato al colonnello di scrivere l'articolo, era animato dall'intenzione di portare in primo piano gli «interessi americani». Kett scendeva poi ad affrontare nei particolari tecnici il problema della «profondità strategica» necessaria per la difesa del territorio israeliano in caso di guerra con gli arabi, premettendo che «(...) la pace in Medio Oriente serve gli interessi nazionali americani (...) a causa delle enormi riserve petrolifere della regione». Più allarmante di ogni altra cosa, nell'articolo di Kett, era il riferimento esplicito alla sostanza del trattato di alleanza strategica fra USA e Israele, quando il colonnello, a conclusione della sua analisi, affermava che gli israeliani stavano scivolando verso l'inferiorità militare rispetto agli arabi, dicendo per l'esattezza: «Gli arabi oggi possiedono il più vasto e più moderno arsenale di armamenti del mondo, dopo gli USA e l'Unione Sovietica. Hanno acquisito questo enorme arsenale spendendo centinaia di miliardi di dollari evidentemente con un obiettivo fondamentale: la distruzione dello Stato di Israele. In categorie critiche di armamenti Israele non è riuscito a mantenere un rapporto di tre a uno in favore dell'insieme degli eserciti arabi che sono schierati contro di lui. Questo divario sta continuando ad allargarsi, e ci si può domandare se Israele non stia perdendo anche il suo vantaggio qualitativo».
A buon intenditor poche parole: era arrivato il momento di «ridurre» il potenziale bellico arabo, nella sua parte «esuberante». Se il colonnello Kett citava solo una volta nel suo testo i missili dell'Irak, la stampa israeliana nei giorni successivi si sforzava senza risparmio di localizzare in quale paese dello schieramento arabo andava materializzandosi la «insopportabile» superiorità militare araba.
L'11 giugno il Parlamento israeliano diede la maggioranza al governo più a destra della storia di Israele, e in questo il generale Sharon, il responsabile della strage di Sabra e Chatila e stratega del «grande Israele», assumeva il ministero preposto alla fornitura di alloggio agli immigrati sovietici, con «poteri straordinari».
Dal canto suo l'Irak, per bocca di Saddam Hussein, lanciava la minaccia di «incenerire mezzo Israele» in caso di aggressione.

La scalata proseguiva. L'imperativo strategico israelo-americano sottolineato da Kett comportava inevitabilmente che tutto il peso del dispositivo americano di difesa del Medio Oriente si spostasse in direzione dell'Irak. Nel febbraio del 1990 il giornale Petroleum Economist già sollecitava Bush a riempire con una solida «influenza americana» il pericoloso «vuoto di potere» prodottosi nel Golfo, fraseologia per iniziati, ma tutto sommato chiara.
È forse utile qui un accenno più generale alla pur arcinota questione del dominio strategico statunitense sulla regione petrolifera del Medio Oriente. Di quale petrolio si parla quando si dice che gli americani fanno la guerra del Golfo per il petrolio?
Il petrolio che è in giuoco nel conflitto in corso mentre questo libro compare, non è quello che consumiamo oggi o che consumeremo nei prossimi 10 anni, ma il petrolio del prossimo secolo. Prendo in prestito qualche cifra dalla rivista francese Alternatives Économiques (Alternative Economiche) per introdurre il lettore:alla comprensione dei grandi scontri di interessi entro cui vanno collocati gli avvenimenti. Il Kuwait, in apparenza, non occupa che un ruolo marginale sulla scena petrolifera mondiale, con i suoi 95 milioni di tonnellate prodotte nel 1989. Se l'Irak riuscisse ad assommare alla sua produzione (139 milioni di tonnellate) quella del Kuwait, diverrebbe il quarto produttore del mondo dopo l'URSS, gli Stati Uniti e l'Arabia Saudita. Ma salirebbe al secondo posto mondiale tra gli esportatori di greggio.
Ma non è qui il problema. Il Kuwait rappresenta soltanto il 3% della produzione mondiale, ma dispone del 9,4 % delle riserve mondiali provate, esattamente come l'Irak (9,9%) e l'Iran (9,2%). Entro quindici anni -se nessuna scoperta capace di sconvolgere la statistica verrà effettuata di qui ad allora (e se il consumo mondiale resterà vicino agli attuali 3 miliardi di tonnellate l'anno) l'Irak e il Kuwait uniti potrebbero rappresentare dal 15 al 20 per cento della produzione mondiale, ma un quarto delle riserve provate di tutto il petrolio del mondo. Gli altri paesi del Golfo, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Qatar, Bahrein e Oman, ne deterrebbero circa il 60% (di cui il 34% da parte della sola Arabia Saudita). Questa regione è destinata a divenire, entro quindici o venti anni, depositaria dell'85% delle riserve petrolifere del mondo. Di piu: la maggior parte delle riserve ancora da scoprire si trovano, secondo le più avanzate ricerche scientifiche, anch'esse sotto la sabbia dei deserti mediorientali. Tutti sanno già oggi che la maggior parte del petrolio del ventunesimo secolo verrà dal Golfo.
Gli Stati Uniti avranno sicuramente esaurito le proprie riserve nazionali - Alaska esclusa - entro la fine del secolo. Già oggi gli Stati Uniti sono divenuti parzialmente dipendenti dal petrolio del Golfo e di più si avviano a diventarlo nel futuro. Nel 1972 importavano dal Medio Oriente il 13% del loro consumo petrolifero. Nel 1985 la quota era cresciuta al 45 %. Nel gennaio del 1990 aveva toccato il 54 per cento.
I paesi che importano molto petrolio, vale a dire i paesi industrializzati che basano il loro tenore di vita elevato sulla disponibilità illimitata del petrolio al più basso prezzo, con alla testa gli Stati Uniti, sono perciò comprensibilmente sensibili al rischio di una concentrazione delle risorse petrolifere nelle mani di paesi militarmente forti, e gelosi delle proprie prerogative nazionali, come Irak, Algeria, Iran e Libia. Ufficialmente la guerra del Golfo per il recupero del Kuwait alla sovranità della famiglia dello sceicco Jaber Al Ahmad Al Sabah è stata presentata come «la difesa del diritto internazionale e dell'ordine esistente». Ma nessuno ci crede.
Il dubbio sorge proprio a proposito dell'ordine esistente, che nei paesi che ho citato non collima affatto con gli interessi dei paesi industrializzati. L'obiettivo finale implicito nella guerra è stato, al contrario, la destabilizzazione dell'«ordine esistente» in Irak. E americani e alleati proverebbero certo grande soddisfazione se potessero destabilizzare anche Iran, Algeria e Libia. Il rigore nazionalistico di questi paesi (che potrebbe essere fonte di contagio) rappresenta un pericolo mortale non tanto per l'economia mondiale in sé e per sé, quanto per le economie di un ristretto gruppo privilegiato di paesi sperperatori di energia. È una considerazione ispirata dalle cifre. Attualmente il 73% di tutto il petrolio dell'orbe terracqueo è consumato dal 22% della popolazione mondiale. Il 78% degli abitanti della terra, i più poveri, utilizzano solo il 27% del petrolio estratto. Ma gli Stati Uniti, che costituiscono solo il 4,8% della popolazione del globo, ne bruciano da soli il 25%.
Nella primavera del 1990 l'ipotesi di un conflitto in Medio Oriente era già disegnata nei suoi contorni precisi. L'Irak si trovava nella posizione di paese bersaglio designato di una offensiva strategica congiunta israelo-americana, diretta ad annullarne la capacità militare. Per Israele, la distruzione del potenziale bellico iracheno era la premessa indispensabile per l'espulsione dei palestinesi dalla Cisgiordania, in quanto l'Irak era il solo paese arabo che avesse la volontà dichiarata di opporvisi e la forza per farlo. Per gli Stati Uniti, la rimozione del pericolo iracheno era un imperativo assoluto per poter mantenere, nell'immediato e in prospettiva, il controllo del petrolio mediorientale e garantire la stabilità delle petromonarchie. Si può dire che nella primavera del 1990 le condizioni essenziali per una guerra erano già tutte riunite.
Il ruolo del Kuwait in questo giuoco non si presentava ancora in modo definito come la possibile causa scatenante e come il terreno dello scontro militare. Nell'opinione dei tecnici militari, nella primavera del 1990, la guerra aveva tutta la probabilità di scoppiare nella forma di un intervento dell'esercito iracheno a difesa della Giordania attaccata da Israele per trasferirvi a forza i palestinesi. Il 23 febbraio 1990 si era tenuta ad Amman una conferenza dei capi di governo arabi, alla quale avevano partecipato sia Saddam Hussein che l'egiziano Hosni Mubarak, amico degli americani. Il presidente iracheno aveva manifestato a chiare lettere l'intenzione dell'Irak di opporsi a Israele difendendo la Giordania, aveva invocato l'uso della forza militare araba per «liberare tutta la Palestina», e aveva preannunciato che si sarebbe opposto agli Stati Uniti nel Golfo.
In quella occasione, Saddam Hussein elencò anche le sue rivendicazioni nei confronti del Kuwait: rimborso del petrolio prelevato abusivamente dal Kuwait nel giacimento di Rumailah, annullamento del debito che l'Irak aveva contratto con il Kuwait nel corso della guerra con l'Iran (in quanto, diceva Hussein, l'Irak aveva combattuto contro gli iraniani anche per difendere il Kuwait), concessione all'Irak di un tratto di costa del Kuwait in acque profonde per costruirvi un porto, come sbocco sul Golfo di cui l'Irak era privo, un prestito immediato di 10 miliardi di dollari, cessazione della politica di svendita del petrolio a basso prezzo praticata dal Kuwait, che era fonte di enorme danno per l'Irak e metteva in pericolo la sua economia. La riunione, tempestosa, era finita con una rottura definitiva tra Saddam Hussein e Hosni Mubarak, accusato d'essere «servo degli americani».
Senza Parlamento da quattro anni, il Kuwait appariva in quel momento innanzitutto preda di una instabilità interna. Lo sceicco aveva sciolto d'autorità l'assemblea legislativa nel 1986 perché quest'ultima aveva preteso di esercitare un controllo sull'esecutivo in merito alla politica petrolifera, dominio tradizionale assoluto della famiglia regnante. L'opposizione e la famiglia Sabah erano ai ferri corti. Il capo spirituale sciita Mohamed Baqr Abbas El Mussawi si trovava in carcere da tempo sotto l'accusa di avere introdotto nel paese armi ed esplosivi e di aver creato un'organizzazione per rovesciare il potere della famiglia Sabah. Nemica giurata delle monarchie petrolifere, l'opposizione sciita kuwaitiana era una forza non trascurabile, con una certa propensione per la lotta armata. Dal 12 dicembre 1983, quando 6 automobili imbottite di tritolo erano saltate contemporaneamente a Kuwait City davanti a varie ambasciate occidentali, la vita politica in Kuwait era segnata da manifestazioni di inquietudine. Nel 1989, 16 kuwaitiani sciiti erano stati sommariamente giudicati e decapitati in Arabia Saudita, sotto l'accusa di aver disseminato di petardi esplosivi propagandistici l'itinerario dei pellegrini alla Mecca, al fine di screditare il governo saudita.
Allo scopo di ridurre al silenzio il movimento democratico che, sotto l'impulso di un gruppo di 32 ex deputati, reclamava insistentemente un parlamento autenticamente rappresentativo, lo sceicco Jaber aveva escogitato l'elezione di un «Consiglio nazionale provvisorio» (istituzione non prevista dalla Costituzione), con funzioni puramente consultive; una parodia di istituzione parlamentare destinata a fungere da paravento al potere assoluto dell'autocrazia dei Sabah. Boicottate dall'opposizione, secondo i dati ufficiali le elezioni, tenute il 10 giugno 1990, avevano visto la partecipazione del 62 per cento degli elettori, nella maggior parte membri delle tribù beduine, politicamente sottosviluppati, coperti di pensioni e favori dallo sceicco, che vivevano normalmente fuori dal Kuwait, i più in Arabia Saudita, e si presentavano a Kuwait City una volta al mese per incassare lo stipendio. L'assemblea eletta non appariva rappresentativa della classe politica e intellettuale del paese, né delle categorie economiche. I manifestini dell'opposizione democratica, distribuiti a migliaia di esemplari in tutto il Kuwait, denunciavano la manipolazione del voto e le violenze esercitate sugli elettori per obbligarli a recarsi alle urne. L'arresto del portavoce dell'opposizione, l'ex diplomatico Mohamed Kadiri, rendeva palese il nervosismo dello sceicco di fronte a una situazione che stava sfuggendogli di mano.
Era in questa situazione di debolezza interna che il regime della famiglia Sabah affrontava lo scontro con l'Irak. Anche se le rivendicazioni territoriali apparivano un elemento secondario, un'arma di pressione sfoderata dall'Irak per indurre a miti consigli il recalcitrante sceicco del Kuwait, esse pesavano tuttavia come una spada di Damocle sull'emirato.
La vera questione di vita o di morte alla metà dell'anno 1990 per l'Irak era costituita dal prezzo del petrolio. A partire dal 1985, la direzione della politica petrolifera dei paesi dell'OPEC era stata dominata dalla logica imposta dalle monarchie petrolifere, con alla testa l'Arabia Saudita ed il Kuwait: vendere quanto più petrolio possibile ai prezzi più bassi. Il Kuwait, che secondo le quote fissate dall'OPEC avrebbe dovuto produrre non più di 1,5 milioni di barili al giorno, aveva continuato a gettare sul mercato 2,1 milioni di barili quotidianamente.
Per paesi scarsamente popolati, come le petromonarchie, con pesi sociali irrisori rispetto alle gigantesche quantità di petrolio disponibili, gli introiti delle esportazioni petrolifere concentrati nelle mani delle famiglie regnanti (più o meno 1.000 persone in Kuwait, ad esempio) potevano essere rovesciati sul mercato mondiale dei capitali, generando profitti che compensavano largamente il basso prezzo del petrolio praticato all'origine. Questa politica era in evidente sintonia con gli interessi generali dell'economia occidentale, ansiosa di greggio a basso prezzo, che ne aveva largamente approfittato per rinviare la sua crisi latente. Nei primi mesi del 1990 questa politica aveva provocato un vero collasso dei corsi. Da marzo a giugno 1990 il prezzo del petrolio aveva subito un calo del 30%. Una caduta dovuta a cause totalmente artificiali. Nei dati fondamentali del mercato non vi era stata alcuna modifica che potesse giustificarlo. All'inizio di giugno il greggio era giunto a valere intorno ai 12 dollari al barile. Secondo l'analista americano Joseph Story, il prezzo reale del petrolio, tenuto conto dell'inflazione, era arrivato all'inizio dell'estate 1990 al suo più basso livello storico. Bisognava risalire agli anni Venti per trovare prezzi del greggio altrettanto bassi.
Questa discesa pilotata del prezzo del greggio fra la primavera e l'inizio dell'estate del 1990 aveva, in sé, implicitamente, tutte le caratteristiche di una guerra economica contro l'Irak, condotta per indebolirlo nel momento in cui la tensione con Israele raggiungeva il suo culmine. Così fu interpretata a Baghdad.
Fra il moltiplicarsi delle dichiarazioni sulla «inevitabilità» della guerra, il 18 giugno l'Irak affermò di attendersi come prossimo, se non imminente, un attacco israeliano alle sue industrie belliche, promettendo una «risposta totale». Il 30 giugno Saddam Hussein definiva nuovamente «inevitabile» il conflitto se gli Stati Uniti non avessero provveduto a contenere Israele che si accingeva a espellere i palestinesi dai territori occupati e che cercava di «dominare il mondo arabo». L '11 luglio, Saddam Hussein reiterava le sue accuse contro Israele, precisando di avere «informazioni» su un progetto di attacco israeliano contro l'Irak.
Per questa guerra mancava solo il fattore scatenante.
All'inizio di luglio 1990, Kuwait ed Emirati Arabi Uniti comunicarono all'OPEC l'intenzione di aumentare ulteriormente l'estrazione di greggio e di procedere a vendite massicce sui mercati mondiali, cosa che avrebbe inevitabilmente provocato una ulteriore caduta del prezzo. Gli storici saranno molto sorpresi in futuro se dovessero assodare che questa iniziativa del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti fu presa senza essere coperta da una garanzia militare americana. Il 12 luglio il ministro algerino Sadek Bussena, presidente di turno dell'OPEC, respinse fermamente questa ipotesi, dichiarando che il prezzo del petrolio doveva essere portato invece subito ad almeno 18 dollari mediante una riduzione dell'offerta. Il 17 luglio, in un discorso telediffuso in occasione del 22o anniversario dell'ascesa al potere in Irak del Partito Socialista Arabo Baas, Saddam Hussein denunciò esplicitamente la «politica petrolifera seguita da certi governanti dei paesi arabi che agiscono su istigazione degli Stati Uniti». Ritenendo tale politica «ostile alla nazione araba», il presidente iracheno minacciò rappresaglie, senza precisarne la natura. Tirando in ballo direttamente gli USA, Saddam Hussein rivolse agli americani l'accusa di dettare la politica petrolifera del Kuwait e degli Emirati Arabi Uniti in funzione anti irachena.
Il 18 luglio, in un memorandum ufficiale rimesso al segretario generale della Lega Araba, l'Irak chiamò formalmente il Kuwait a rispondere del «delitto» d'aver pompato senza limiti, fin dal 1980, petrolio dal giacimento di Rumailah, che si trova a cavallo della frontiera fra Kuwait e Irak, ma per otto decimi in territorio iracheno. L'Irak definì questo atto come «aggressione militare». Il tono dell'accusa irachena era violento ed esplicito: il Kuwait seguiva una politica petrolifera volta deliberatamente, su mandato americano, a indebolire l'Irak nel momento in cui questo doveva far fronte a una feroce campagna «imperial-sionista». Portata davanti alla massima istanza araba, l'intimazione assumeva il valore di un ultimatum.
Nell'ultima decade di luglio, la situazione precipitò verticalmente. Mentre lo scontro fra Irak e Kuwait andava assumendo toni sempre più aspri e minacciosi, il Washington Post rivelò la presenza di due divisioni irachene blindate, rinforzate da carri pesanti e artiglieria, alla frontiera con il Kuwait. Il Pentagono diede inizio a «manovre congiunte» con le forze degli Emirati Arabi Uniti nel Golfo. Il presidente egiziano Mubarak, il 25 luglio, consigliò l'Irak ed il Kuwait di «dar prova di elasticità»
nelle trattative «per evitare l'intervento straniero». Quali informazioni particolari possedesse Mubarak per poter preannunciare come cosa certa uno sbarco americano preventivo in Kuwait, nessuno ha finora potuto sapere. Ma certo il preannuncio era chiaro. L'Irak reagì all'ostentazione di forza statunitense accusando gli Emirati Arabi Uniti di «scivolare verso il tradimento». Qual' era la reale importanza di queste manovre? Si trattava solo di una ostentazione di forza nel più classico stile della «politica delle cannoniere», o dei preparativi per fornire al Kuwait la «garanzia militare» che lo sceicco Jaber, fiducioso nell'onnipotenza americana, verosimilmente si attendeva?
La cosa sicura è che il 25 luglio si svolse a Baghdad il famoso incontro fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice degli Stati Uniti April Glaspie. Questo incontro è stato oggetto in seguito di molte discussioni e illazioni. L'Irak ha anche pubblicato la trascrizione precisa di tutto ciò che Saddam Hussein e la signora Glaspie si dissero: non vi fu da parte americana alcun ultimatum e nessun invito alla prudenza.
Secondo l'interpretazione corrente, la moderazione dimostrata dall'ambasciatrice con il presidente iracheno fu una trappola tesa dalla diplomazia americana per indurre l'Irak all'«errore fatale» di invadere il Kuwait. Gli Stati Uniti desideravano che Saddam Hussein commettesse il passo falso per giustificare agli occhi dell'opinione pubblica mondiale il successivo intervento militare. Era la «causa scatenante» che si cercava da tempo per la guerra. Con questa mossa gli Stati Uniti conseguirono almeno sei risultati:
1) si consentivano il ricorso all'arma della «difesa della legalità internazionale» e la mobilitazione, o strumentalizzazione che sia, dell'ONU;
2) limitavano il teatro della guerra al solo territorio del Kuwait e dell'Irak;
3) riducevano l'operazione militare alle dimensioni compatibili con l'unico corpo di battaglia di cui gli USA dispongono, cioè le forze mercenarie di «rapido intervento»;
4) si collocavano nella posizione di poter raggiungere il loro obiettivo principale, quello di distruggere la forza militare dell'Irak, usando la loro unica, reale superiorità, la potenza di fuoco aerea, missilistica e navale, cioè l'arma «fredda» della distruzione a distanza, quasi immune da perdite;
5) ottenevano indirettamente, una volta distrutto l'Irak, di restituire a Israele la sua superiorità militare nel Medio Oriente;
6) mantenevano Israele fuori dal conflitto, impedendo la deflagrazione di una nuova guerra generale arabo-israeliana. Una strategia che includeva per gli USA anche numerosi vantaggi accessori, come ad esempio quello di obbligare tutti i paesi industrializzati ad allinearsi compattamente dietro di loro nella difesa di un interesse collettivo, il petrolio, rafforzando con ciò la propria supremazia; quello di sfruttare l'emergenza bellica per evitare il tracollo economico degli Stati Uniti; e infine quello di addossare le spese della guerra alle monarchie petrolifere e ai paesi industrializzati.
Strano, militarmente parlando, anche il comportamento delle forze armate del Kuwait. Lo sceicco Jaber mise in un primo momento in stato di allarme il suo piccolo ma armatissimo esercito, e successivamente annullò il dispositivo, inducendo le sue truppe alla passività. E in effetti gli iracheni avanzarono poi in territorio kuwaitiano senza incontrare resistenza. Perché? Lo sceicco volle semplicemente evitare le distruzioni di una battaglia? O i suoi alleati gli imposero una strategia a lungo termine che prevedeva in un primo tempo la perdita del territorio? Un comportamento che sembra collimare con l'idea della «trappola».
Ma l'Irak è caduto veramente nella trappola? L'idea di Saddam Hussein che «cade nella trappola» è difficilmente accettabile. In 22 anni di esercizio ininterrotto del potere è sempre apparso un freddo calcolatore.
La decisione di invadere il Kuwait fu presa verosimilmente a ragion veduta. Può darsi che il colloquio «dolce» di Saddam Hussein con l'ambasciatrice Glaspie abbia influito sulla data dell'invasione del Kuwait, in quanto può aver convinto lo stato maggiore iracheno che gli americani smorzavano i toni per guadagnare tempo e facilitare uno sbarco di sorpresa in Kuwait. Ma l'occupazione della «diciannovesima provincia» era un fatto implicito nella strategia dell'Irak.
Alla base della decisione di Saddam Hussein di accettare la sfida americana vi fu, giusta o sbagliata sarà la storia a dirlo, la valutazione dello stato di debolezza dell'Occidente. Il gruppo dirigente iracheno giudicò, il 2 agosto 1990, gli Stati Uniti e l'Occidente infinitamente più deboli di quanto volessero far credere: economicamente e finanziariamente in uno stato di crisi prossimo al collasso; militarmente, con un solo punto di forza, la potenza di fuoco, e incapaci di reggere un conflitto prolungato; politicamente privi di compattezza.
Il 26 luglio, il giorno successivo all'incontro di Baghdad fra Saddam Hussein e l'ambasciatrice americana, una riunione «storica» dell'OPEC a Ginevra segnò la fine dell'era del petrolio a basso prezzo. La solidarietà, per la prima volta in 10 anni, fra Irak e Iran, consentì di ripristinare la supremazia del nazionalismo petrolifero in seno all'organizzazione dei paesi produttori. Alla riunione, il Kuwait non fu rappresentato dal ministro Ali Khalifa che per molti anni era stato il principale artefice del calo dei prezzi del greggio, ma da un funzionario del ministero del petrolio, che quasi non intervenne nel dibattito.
Con la sua energia, appoggiata sulla sua solida forza militare, l'Irak trascinò i produttori dietro sé. L'accordo sulla gestione coordinata della produzione del petrolio da parte dei 13 membri dell'OPEC fissò l'aumento graduale del prezzo del barile partendo da un minimo di 18 dollari fino a un massimo di 25. La parte dell'OPEC nel mercato mondiale era in quel momento del 47%, una quota decisiva, molto vicina al 50%, capace di influenzare tutta l'economia mondiale. Facendo sentire il rumore dei cingoli dei suoi carri armati alla frontiera con il Kuwait, l'Irak aveva riportato fra i produttori arabi quella disciplina rispetto all'uso collettivo del petrolio che aveva consentito lo choc petrolifero del 1973 e la politica degli alti prezzi negli anni successivi.
Il 26 luglio, l'Occidente vedeva così allontanarsi quel controllo assoluto dell'oro nero, su cui ha basato tutto l'ultimo secolo della sua storia. Il nuovo interrogativo che si poneva al mondo era: chi avrebbe controllato veramente il petrolio del Medio Oriente? Le monarchie petrolifere l'Arabia Saudita, gli Emirati Arabi Uniti, il Qatar, l'Oman, il Bahrein e il Kuwait e i loro alleati occidentali, o le due potenze militari che si affacciano sul Golfo, l'Irak e l'Iran? Questa fu la vera sfida di Saddam Hussein.
Con l'invasione del Kuwait, il 2 agosto, l'Irak rispondeva alla trappola strategica degli Stati Uniti con una trappola storica. La storia è la vera arma segreta Saddam Hussein, un'arma infallibile.
Occupando il Kuwait, l'Irak si poneva nella condizione di sfruttare al massimo tutti i possibili fattori positivi della situazione:
1) sfruttava i mesi caldi del 1990 per trasformare il Kuwait in un campo trincerato, con qualche migliaio di chilometri di camminamenti, in superficie e sotterranei, bunker, ridotti, depositi, carri armati interrati, eccetera;
2) inchiodava così gli americani e i loro alleati a dover affrontare, per sgomberare il Kuwait, uno scontro sul terreno su cui sono più deboli, la battaglia terrestre;
3) poneva le premesse tattiche per poter infliggere all' avversario, soprattutto agli americani, quelle gravi perdite umane che potrebbero rovesciare le condizioni politiche del conflitto e che gli Stati Uniti sanno di dover evitare a ogni costo;
4) creava le condizioni militari minime per prolungare la guerra, annullando uno dei presupposti strategici chiave dell'azione americana, la brevità del conflitto, trasformandolo in una guerra di logoramento;
5) si metteva nelle condizioni per poter moltiplicare fino al massimo limite gli effetti della sua arma politica più potente: la capacità di resistenza. Una resistenza ostinata, irriducibile fino all'assurdo, che infiammando le masse arabe, avrebbe trasformato il conflitto in una contrapposizione storica fra tutta la nazione araba unita e l'intero Occidente, proiettata, al di là del presente, negli anni e nei decenni a venire.
Nel momento in cui licenzio queste pagine, questa resistenza ha già provocato una mutazione dei dati di base della situazione, che va al di là della questione palestinese, e della stessa questione arabo-israeliana. La fermezza dimostrata dal popolo iracheno ha determinato la nascita di una nuova forza, che superando un'antica contraddizione, fonde nazionalismo e integralismo arabo in nome di una guerra che non è più soltanto nazionale, e non è più soltanto santa. Il mito dell'arabo che muore combattendo contro gli occidentali ma non si arrende, è già calato nella psicologia delle masse arabe. I primi sei mesi del conflitto sono stati sufficienti per produrre questa mutazione. L'umiliazione militare e politica dell'Irak può scatenare un'ondata di nazionalismo capace di far saltare tutti gli «equilibri» sui quali si reggono i paesi arabi detti moderati su cui l'Occidente fa conto, e in tale situazione il nazionalismo arabo può trovare un sicuro alleato nel fondamentalismo islamico. Se Saddam Hussein dovesse essere ucciso, diverrebbe un martire, e si scatenerebbe l'inferno.
Ma già da ora sono assicurati tempi difficili. La trappola storica di Saddam Hussein è già scattata. Qualunque cosa accada, il dominio del petrolio non sarà cosa semplice.
Ecco le ragioni per cui ho cominciato a scrivere questo libro, alle 8 del mattino del 2 agosto 1990, dopo aver letto la notizia dell'invasione irachena del Kuwait, nella convinzione che si era aperta una nuova fase della storia del Medio Oriente. Una fase che fatalmente avrebbe riportato alla superficie tutti, e tutti insieme, i numerosi problemi apparentemente sepolti sotto le sabbie dei deserti mediorientali. La storia presenterà un pesante conto da saldare.
Nei 170 anni di dominio più recente l'imperialismo ha costruito un capolavoro di assurdità: non c'è un metro di territorio in tutta la regione mediorientale che non sia rivendicato da qualcuno e non c'è paese che possa dirsi al riparo da ambizioni altrui. La questione della sovranità sul Kuwait non è che un esempio quasi banale. La Turchia vuole Mossul e i suoi pozzi petroliferi, che ora appartengono all'Irak, e l'Iran considera il Bahrein come proprio territorio, l'Arabia Saudita da sempre mira ad assorbire alcuni emirati e una parte, o tutto, il Kuwait, lo Yemen pretende la restituzione dei territori che l'Arabia gli ha strappato con la forza; ognuno degli emirati, tutti Stati con debolissima giustificazione storica, rivendica un pezzo dell' altro: il Qatar rivendica il nord dell'Abu Dhabi, il Bahrein pretende alcune isole situate presso il Qatar, Abu Dhabi rivendica la sovranità su Dubay, Shariah vuole l'emirato di Ajman, il sultano di Mascate vuole Shariah, e secondo l'emiro di Ras Al Khaymah tutti e sette gli emirati della costa di Oman fanno parte del suo territorio; per altro la Giordania è uno Stato inventato, mai esistito nella storia, il Libano in ultima analisi è sempre stato territorio siriano, Israele è uno Stato letteralmente artificiale, programmato e realizzato secondo un disegno strategico delle grandi potenze a spese degli abitanti originari della Palestina, che occupa territori giordani, siriani, libanesi ed egiziani e aspira a nuove espansioni. Tutta la «legalità» nel Medio Oriente è stata costruita con l'illegalità, la prevaricazione e la violenza. Le frontiere non sono che righe immaginarie che attraversano il deserto, tracciate dopo estenuanti mercanteggiamenti e continue cancellazioni, con riga, compasso e matita, in base a imperativi arbitrari dettati da calcoli economici, totalmente estranei agli interessi dei popoli, che del resto nessuno si è mai sognato di interpellare. Ma sul terreno, sono stati gli eserciti conquistatori a fissare la geometria della spartizione delle ricchezze, in una sequenza interminabile di invasioni, sbarchi, colpi di mano, interventi militari, fra immani sofferenze e perdite spaventose delle popolazioni soggette. II cosiddetto «equilibrio» politico del Golfo Persico e di tutta la vasta regione che lo circonda, è in realtà un groviglio di contraddizioni laceranti, uscite da secoli di imperialismo allo stato puro, da due guerre mondiali e dal processo di disintegrazione di cinque imperi: quello ottomano, quello zarista, quello tedesco, quello francese e quello inglese. Un groviglio che fa di quest'area la politicamente più instabile e più pericolosa del mondo,. nella quale in ogni centimetro di confine è nascosta una bomba politica a scoppio ritardato.
Se la conferenza internazionale sul Medio Oriente che viene richiesta da più parti insistentemente si farà, sarà dominata dai riverberi della storia.
II presente breve lavoro di compilazione non ha la pretesa di inserirsi nel panorama delle opere storiche sul Medio Oriente. Benché costruito su una documentazione ineccepibile, vuoI essere soltanto una traccia di analisi nell'interpretazione dei fatti che sono all'attualità, in un momento in cui capire, giudicare e decidere diviene vitale per ciascuno e per tutti. Ho cercato semplicemente di colmare, almeno provvisoriamente, in attesa che qualcuno possa fare meglio e in modo più approfondito, una evidente lacuna di informazione. Questo libro è una specie di soccorso d'urgenza a beneficio delle vittime della «disinformazione N» della televisione, che lascia fisicamente intatto l'uomo davanti al video, ma lo distrugge dentro.

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Ogni giorno mi chiedo se qualcuno ha mai fatto una seria analisi di quali siano gli interessi nazionali italiani nella guerra del Golfo. Se questa analisi è stata fatta, deve essere avvenuta nelle stanze segrete, poiché sulla stampa non è trapelato nulla. C'è notizia di qualche migliaio di miliardi di commesse industriali perdute, ma nulla di più. Ma non è in questo genere di perdite che possono essere riassunti tutti gli interessi nazionali.
Ciò di cui si è sentito parlare fin troppo è dell'obbligo italiano a concorrere alla «difesa della legalità internazionale» e al «mantenimento dell'ordine esistente». L'argomento del mio libro è appunto il modo in cui si è formato l'ordine esistente nel Golfo e in Medio Oriente, e sono proprio le conclusioni cui sono giunto con la presente ricerca che mi hanno indotto a chiedermi se gli interessi italiani siano stati ben valutati. Se l'ordine internazionale non si confondesse con il controllo di una delle maggiori riserve mondiali di petrolio, nessuno si sarebbe mai mosso per il Kuwait. Chi andrebbe a combattere per qualche chilometro quadrato di sabbia? II nocciolo della questione è il petrolio. Qui insorge un grande equivoco fondamentale. Chiunque lo produca o chiunque lo venda, il petrolio si compra a barili sul mercato. L'attuale società dei consumi, basata sul mercato mondiale, funziona su questo principio. Il controllo delle fonti di produzione e della sua distribuzione non è un problema che investe direttamente ogni singolo Stato, ma è soprattutto un grande problema del grande capitale internazionale che vi ha costruito sopra il suo sistema. Se il petrolio del Kuwait fosse passato sotto controllo dell'Irak, cosa sarebbe cambiato dal punto di vista di una nazione come l'Italia che compra il greggio a barili? Assolutamente nulla. L'Italia avrebbe continuato a comprare petrolio a prezzo di mercato. Il cambiamento sarebbe stato invece grande, anzi grandissimo, per le compagnie petrolifere, per il mercato finanziario assetato delle liquidità del KIO (Kuwait Investment Company, Ufficio degli Investimenti del Kuwait), per la famiglia Sabah, e per le grandi entità bancarie e industriali che sono dipendenti dal flusso di liquidità che ne proviene.
Ciò perché l'Irak avrebbe subito nazionalizzato l'industria petrolifera kuwaitiana, come ha già fatto con la propria nel 1972-1975. La guerra del Golfo non è quindi stata fatta nell'interesse diretto e immediato delle singole nazioni, ma del sistema che le inquadra. Proprio per questo motivo il grande capitale è stato costretto a usare truppa mercenaria. Non ha potuto schierare soldati di leva perché, essendo reclutati in nome della patria, questi probabilmente avrebbero voluto sapere con maggiore precisione fino a qual punto gli interessi del grande capitale collimano con quelli della nazione. Indirettamente questo dubbio affiora già qua e là, fra le righe, perfino nella stampa più accanitamente guerrafondaia.
Secondo il Corriere della Sera l'«armata brancaleone» presente nel Golfo c'è per i motivi più disparati. Il 19 febbraio 1991, questo giornale scriveva: «Ci sono poi alcuni paesi del Terzo Mondo le cui truppe dovunque ci si aspetterebbe di trovare, tranne che nel Golfo: sono il Pakistan, con 5.000 uomini, il Bangladesh, con 2.000, il Senegal e il Niger, con circa 500 soldati a testa. In questo caso, il probabile calcolo dei governi locali è quello di attrarre la benevolenza del ricco Occidente in cambio di un po' di carne da cannone. A guerra finita si avrà qualche titolo per chiedere i ringraziamenti per l'aiuto fornito». Questa è la cruda verità.
Questi non possono essere gli interessi nazionali dell'Italia. In cos'altro consistono? Evidentemente esigono una definizione precisa, quantitativa. Si tratta di sapere, in concreto, se le battaglie del Golfo assicureranno il petrolio all'Italia; se, alla fine, distrutto l'Irak e restituito il Kuwait allo sceicco, l'Italia avrà più o meno petrolio; e se al termine del conflitto, le sue conseguenze avranno creato condizioni di sicurezza, quanto al rifornimento petrolifero nella lunga prospettiva, per le presenti e future generazioni.
La decisione dell'intervento è maturata nella psicologia dei nostri dirigenti in base alla cieca fiducia in una «vittoria finale» sull'Irak, vittoria della «civiltà occidentale». Il concetto di «vittoria» è emerso sistematicamente in ogni dibattito televisivo. Esperti, inviati speciali e commentatori delle televisioni di guerra, ai quali l'italiano medio deve forzatamente fare riferimento per formarsi un'opinione, hanno mirato a inculcare nel pubblico l'idea di «vittoria», con la stessa implacabile precisione delle "bombe intelligenti" di cui, con malcelato orgoglio hanno descritto gli effetti devastanti sulle popolazioni «indigene» dell'Irak. All'italiano medio non è passato neppure per la testa di domandarsi se una vittoria in questa guerra esiste, e se è una vittoria che riguarda gli effettivi interessi nazionali.
Quando l'Irak ha invaso il Kuwait la maggior parte degli italiani ha continuato tranquillamente ad accudire alle proprie faccende. I più pensavano che una vera guerra fosse impossibile.

Ne avevano radicato la certezza in quarantacinque anni di pace continuata, nel corso dei quali l'Italia era stata solo sfiorata da eventi bellici. Una condizione felice, forse mai verificatasi nei duemila anni precedenti.
Possiamo ammettere senza reticenze che in generale noi italiani, chi più chi meno, abbiamo una coscienza molto larvata della natura imperialista della nostra società e del nostro benessere. Crediamo, perlomeno moltissimi credono, non del tutto in cattiva fede, che l'opulenza in cui viviamo sprofondati sia il portato esclusivo della laboriosità, industriosità e capacità creativa di un popolo fondamentalmente mercante e calciatore. Quelli che si spingono più lontano nell'analisi, arrivano al massimo ad ammettere che l'operosità nazionale si è beneficamente associata, in questo lungo periodo, alla furbesca capacità bottegaia del suo gruppo dirigente dominante di barcamenarsi nelle più complicate vicende internazionali, schierandosi sempre dalla parte del vincente, cioè degli Stati Uniti. Nove lustri ininterrotti di adorazione pagana del dio dollaro e di fede cieca nella sua efficacia per guarire tutti i mali e sanare tutte le situazioni, hanno radicato nella società italiana una nuova religione portatrice di un certo numero di eternità che non sono esattamente quelle dello spirito: l'eternità del capitalismo, l'eternità della supremazia occidentale, l'eternità del meccanismo riproduttore del benessere, l'eternità del consumismo.
Lo scoppio della guerra ha perciò colpito l'italiano medio come un terribile schiaffo, poiché la guerra ha portato d'improvviso all'evidenza tutta la fragilità della costruzione su cui riposano le sue certezze.
La prima certezza disintegrata dai fatti è stata appunto quella che la sua condizione privilegiata deriva esclusivamente da lui stesso, dal suo spirito di iniziativa e dalla sua volontà. D'improvviso gli si è presentata davanti agli occhi, nella forma più luminosa, quella dei bagliori delle bombe, la realtà inoppugnabile che la sua ricchezza è basata prima di tutto sul petrolio degli altri, e che per questo è stato coinvolto direttamente nell'impiego della forza, sarebbe più esatto dire della ferocia, per conservarne il controllo.
Questa scoperta gli è venuta proprio dalla esagerazione maldestra del tele bombardamento cui è stato sottoposto. Nella descrizione enfatica della mostruosa capacità di distruzione di una macchina bellica che rappresenta una coalizione di 972 milioni di uomini, per due terzi con un reddito medio superiore ai 15.000 dollari l'anno, scatenata contro 17 milioni di ostinati iracheni con meno di 3.000 dollari l'anno, era implicita la confessione che il sistema esiste in ragione della sua capacità prevaricatrice. Anche la coscienza più corazzata è stata perforata alla fine da questa evidenza. Oggi ogni italiano sa di essere imperialista, qualunque sia la sua condizione sociale. Questa presa di coscienza comporterà inevitabilmente delle scelte di campo all'interno della popolazione italiana nel prossimo futuro.
Desidero proporre qualche motivo di riflessione sull'argomento, basato sulla storia antica e recente, e su qualche semplice cifra. Tra il 1096 e il 1270 si sono avute 9 grandi crociate per la riconquista dei luoghi santi del cristianesimo, che giunsero anche a costituire dei regni cristiani in Palestina, in Siria e in Libano. È vero che sono cose lontane nel tempo, ma quando, dopo la prima guerra mondiale, il generale francese Gouraud giunse in Siria per prenderne possesso in nome della Francia, penetrò a Damasco nella moschea degli Umayydi, dove riposano i resti di Saladino, il grande vincitore dei crociati, e, battendo il piede sulla sua tomba, esclamò: «Svegliati Saladino, siamo tornati». La storia non è poi cosi lontana.
Al di là del loro fondamento religioso, le crociate furono rese possibili dallo sviluppo demografico avuto all'epoca dall'Europa, la cui popolazione passò dai 30 milioni di abitanti dell'anno 1000 ai 35 milioni del 1100, ai 49 milioni del 1200, ai 57 milioni dell'anno 1250. I paesi della riva asiatica e africana del Mediterraneo avevano 33 milioni di abitanti nell'anno 1000, scesi a 28 milioni nell'anno 1100, diminuiti ulteriormente a 27 milioni nell'anno 1200, e ridotti a soli 22 milioni nel 1250. La proporzione era dunque all'incirca di 1 a 1 nell'anno 1000, e divenne di 3 a 1 a favore delle popolazioni europee nell'anno 1250, durante la fase finale delle crociate cristiane.
Fra il 1830 e il 1910 la quasi totalità dei territori africani e mediorientali che si affacciano sul Mediterraneo fu oggetto di conquiste militari e posta sotto il dominio europeo. Il rapporto fra popolazione dell'Europa da una parte e Nord Africa e Medio Oriente dall'altra, che era ancora di 3 a 1 nel 1750, divenne di 5 a 1 nel 1850. Fra il 1850 e il 1900, mentre la popolazione araba della riva meridionale aumentò solo di 18 milioni di persone, la popolazione della riva settentrionale, europea, crebbe di ben 90 milioni di persone. La conquista del Medio Oriente fu completata dagli europei fra il 1900 e il 1948 in condizioni di superiorità numerica schiacciante.
Ma per la prima volta da più di duemila anni, nell'anno 1985, gli abitanti della riva meridionale del Mediterraneo hanno superato la popolazione dei paesi della riva settentrionale. Il Mediterraneo comincia a non essere più un mare «europeo». Lo scarto è destinato ad aumentare in modo travolgente nel futuro: secondo le proiezioni demografiche dell'ONU, entro 10 anni, nel 2000, avremo 270 milioni di abitanti sulla riva meridionale islamica, e 200 in quella settentrionale a prevalenza cristiana. Nel 2020 si manterranno stazionari i 200 milioni di abitanti nel Mediterraneo europeo, ma avremo ben 370 milioni di abitanti sulla riva meridionale arabo-islamica, cioè quasi il doppio.

Queste cifre diventano impressionanti se guardiamo all'insieme del Medio Oriente arabo, comprendendovi l'Iran (che è da tener presente in quanto, anche se non è arabo, è islamico, produttore di petrolio, e si affaccia sul Golfo). Ebbene, i 22 paesi arabi più l'Iran vantano già oggi una popolazione di 270 milioni di abitanti. Ma ogni 10 mesi l'Egitto aumenta di 1 milione di uomini. In Palestina, in Siria e in Algeria, le donne hanno in media 7 figli ciascuna. L'Algeria entro vent'anni potrebbe essere un paese di 75 milioni di abitanti.
L'ampiezza di questo rovesciamento di rapporti di forza demografici lascia prevedere tempi difficili alla distanza.
Il solo «baluardo» effettivo che l'Occidente possiede nella regione è Israele il quale, anche nel caso in cui riesca a realizzare il suo massimo programma di espansione demografica, raggiungerà i 7 milioni di individui fra 10 anni. Ma fra 10 anni arabi e persiani avranno superato la soglia dei 350 milioni. Da ciò deriva, senza possibilità di errore, che l'eventuale tentativo di dominio imperialista del Medio Oriente e del suo petrolio potrà essere esercitato solo in forma terroristica, con minacce di interventi diretti, o per l'interposta forza atomica di Israele. Il realismo esige che l'italiano imperialista abbia presente questa prospettiva. È un'epoca di terrore che lo attende.
Per la sua posizione geografica al centro del Mediterraneo, l'Italia è, fra i paesi europei e occidentali, quello che per natura svolge un ruolo di avanguardia in direzione del mondo arabo. Per di più è uno dei 7 paesi che si arrogano la direzione del sistema capitalistico, uno dei cosiddetti «grandi»; perciò implicitamente porta una parte di responsabilità nel comportamento del mondo occidentale verso gli arabi. Ora: gli Stati Uniti sono a migliaia di chilometri dalla Tunisia, dall'Algeria e dalla Libia, ma la costa dell'Africa araba è a soli 150 chilometri dalla Sicilia. Gli interessi nazionali italiani si differenziano forzatamente da quelli generali dei paesi industrializzati, perché sono particolari, specifici, dettati dalla geografia. L'Italia è evidentemente nella necessità di regolare la propria politica verso i paesi arabi sui grandi cicli del movimento di massa arabo, e non sugli atteggiamenti dei governi. E ciò per un motivo semplice: perché i governi passano ma le masse restano. Gli Stati, sono le masse.
Nel corso di tutta la crisi irachena, televisione, radio e giornali hanno dedicato una cura particolare nell'occultare la dimensione, la profondità e la violenza del movimento popolare di sostegno all'Irak che ha scosso i paesi arabi. Delle gigantesche, continue, tumultuose manifestazioni di piazza, delle iniziative di solidarietà, della rete di organizzazioni di base sorte spontaneamente fin nelle più remote località, dell'inquadramento paramilitare che quasi ovunque ha caratterizzato la mobilitazione della gioventù araba, della intonazione antiamericana, antioccidentale e anti italiana delle parole d'ordine che sono risuonate per le vie di Rabat, di Nouakchott, di Algeri, di Tunisi, di Tripoli, di Beirut, di Amman, Teheran, Sanaa, Aden, l'italiano medio non ha saputo quasi nulla: poche immagini fugaci e due parole.
In sette mesi il mondo arabo ha subìto in realtà, sotto la spinta della guerra del Kuwait, una trasformazione radicale. Una grande tempesta araba si prepara. I governi arabi domani non saranno più quelli di ieri.
Sottovalutazione dei fattori politici e storici e sopravvalutazione dei fattori militari si sono assommate in modo nefasto nella decisione di trascinare l'Italia nell'avventura kuwaitiana, il cui solo effetto è stato quello di mettere la nazione italiana in opposizione alle masse arabe. Una neutralità avrebbe procurato invece all'Italia preziose simpatie.
Gli europei e l'Occidente in genere si dedicano a interventi militari in Medio Oriente da almeno 170 anni (e da 90 al solo scopo di dominare il petrolio) e hanno dovuto assistere sistematicamente al crescere delle forze ostili e al moltiplicarsi delle difficoltà. Il nazionalismo arabo, che era una forza irrisoria nel 1916, è diventato in settantacinque anni una enorme potenza proprio come reazione a una serie interminabile di interventi militari delle grandi potenze. L'integralismo islamico, che terrorizza i grandi interessi petroliferi, che si affianca e si confonde ormai con il nazionalismo, è un prodotto dello stesso fenomeno di reazione alla dominazione militare degli «infedeli». Di intervento in intervento, ora l'imperialismo ha raggiunto il limite massimo delle proprie possibilità, poiché ha dovuto impiegare tutto il potenziale militare disponibile per cercare di ridurre alla propria mercé non l'insieme del nazionalismo arabo, e neppure tutto l'integralismo islamico, ma solo il nazionalismo di un piccolo popolo come quello iracheno. Che cosa potrebbe fare di più? L'Occidente possiede forse la potenza di fuoco per distruggere un paese arabo, due, forse anche tutti e 22 i paesi arabi, più l'Iran, ma non possiede la forza materiale per presidiare il territorio.
Come è noto, gli americani erano già determinati in partenza a rimanere con le loro forze nella penisola arabica al termine del conflitto, al fine di garantire la stabilità delle petromonarchie. Verosimilmente gli Stati Uniti saranno indotti a considerare questa scelta tanto più obbligata in futuro, in quanto la rivolta di base in favore dell'Irak ha raggiunto anche vasti settori della popolazione dell'Arabia Saudita, degli Emirati Arabi Uniti, del Qatar, dell'Oman e del Bahrein, dove esistono numerose minoranze da sempre schierate contro il potere dei re e degli sceicchi. Per fare un esempio, gli sciiti: sono il 60% in Bahrein, erano il 30% della popolazione in Kuwait prima dell'occupazione irachena (in Irak sono il 56% concentrati nella parte meridionale del paese che confina per l'appunto con il Kuwait), il 10% nella stessa Arabia Saudita. Fra i numerosi errori commessi, gli americani hanno fatto quello di bombardare i luoghi santi degli sciiti, che si trovano in Irak. Sulla sola città santa di Najaf hanno compiuto, pare, 300 incursioni, devastandola, determinando manifestazioni furiose di rabbia anche in Iran, dove gli sciiti sono la quasi totalità della popolazione. Non occorre alcun genio per comprendere che le petromonarchie tanto care agli americani e all'Occidente potranno reggersi in futuro soltanto con il sostegno diretto dei marines. Se gli americani se ne andassero, sceicchi emiri e re cadrebbero come birilli.
Agli strateghi statunitensi si pone quindi il problema del controllo del territorio, problema che si presenta con due corni e una molteplicità di ripercussioni. Il primo corno riguarda la possibilità, e i rischi, di un presidio militare statunitense permanente di Arabia Saudita, Kuwait, Bahrein, Oman, Qatar ed Emirati Arabi Uniti. Un problema nel quale la difficoltà maggiore sembra rappresentata dalla vastità del dispositivo necessario, perché si tratterebbe di mantenere il controllo globale di 2 milioni e 460 mila chilometri quadrati, per lo più di sabbia. Un affare con numerose incognite. La più recente esperienza occidentale di controllo di un territorio arabo fu quella del Libano nel 1982. Dopo l'invasione israeliana, come è noto, una spedizione multinazionale anglo-francoitalo-americana sbarcò a Beirut per consentire agli israeliani di sganciarsi. Quella fu la prima occasione, dopo il disastroso sbarco francobritannico a Suez del 1956, in cui forze militari occidentali vennero a contatto diretto con le masse arabe. Nell'assedio di Beirut l'esercito israeliano subì uno stillicidio di perdite umane che in prospettiva diveniva insopportabile e che alla fine lo indusse all'abbandono del controllo del territorio libanese. Analogamente le forze di intervento americana e francese subirono perdite enormemente sproporzionate rispetto alle dimensioni ridottissime del territorio controllato. La lezione dell'invasione del Libano del 1982 fu che il controllo del territorio in opposizione alle masse nazionaliste arabe e integraliste islamiche è praticamente inattuabile.
Il secondo corno del problema riguarda le ripercussioni di una prolungata permanenza di forze di occupazione, in qualunque modo mascherata e qualificata, sulla terra araba. Questa eventualità è già stata dichiarata intollerabile da tutti i governi arabi. È fin troppo facile prevedere che il presidio militare del petrolio equivarrebbe a eternizzare il conflitto dando luogo a una mobilitazione permanente delle masse di tutto il mondo arabo.
È altrettanto facile comprendere che l'Italia è il paese più esposto alle ritorsioni arabe in quanto paese «complice» delle grandi potenze e anche anello debole della catena imperialista. più grandi e profondi saranno i motivi di rafforzamento del nazionalismo e dell'integralismo nel mondo arabo, e più pesante sarà la fattura da pagare per l'errore sconsiderato della partecipazione ad una guerra nella quale non era in giuoco alcun reale interesse nazionale italiano.

 


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