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Indice

Nota dell’editore

IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE
1) La nazione
2) Il movimento nazionale
3) Impostazione del problema
4) L’autonomia nazionale
5) Il “Bund”, il suo nazionalismo, il suo separatismo
6) I caucasiani e la conferenza dei liquidatori
7) La questione nazionale in Russia

SUI COMPITI DEL PARTITO IN RAPPORTO ALLA QUESTIONE NAZIONALE
1) Il sistema capitalista e l’oppressione nazionale
2) Il sistema sovietico e la libertà nazionale
3) I compiti attuali del Partito comunista russo

ICOMPITI DEL PARTITO IN RAPPORTO ALLA QUESTIONE NAZIONALE Discorso di chiusura

LA QUESTIONE NAZIONALE

Cenni biografici sui personaggi più importanti citati nel volume

Note

 

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STALIN

La questione nazionale


NOTA DELL’EDITORE

I primi tre scritti contenuti nel presente volume - Il marxismo e la questione nazionale, Sui compiti del partito in rapporto alla questione nazionale, I compiti attuali del partito in rapporto alla questione nazionale - sono stati tradotti da Carol Caracciolo Straneo e pubblicati dall’editore Einaudi nella raccolta: Josef Stalin, Il marxismo e la questione nazionale e coloniale, Torino, 1948. Nessuna variante è stata apportata alla traduzione, mentre è stata modificata la grafia di taluni nomi russi sulla base dei criteri di traslitterazione adottati dalle Edizioni Rinascita, e sono state ridotte le note in conformità agli scopi che si propone la “Piccola biblioteca marxista”.

Il quarto scritto - La questione nazionale - è stato tradotto da Palmiro Togliatti e pubblicato in: Stalin, Questioni del Leninismo, Società editrice “l’Unità”, Roma. 1945, vol. 1.

Le note del traduttore sono siglate. Tutte le altre sono di Stalin.


IL MARXISMO E LA QUESTIONE NAZIONALE [1]

Il periodo della controrivoluzione in Russia ha portato non soltanto “tuoni e fulmini”, ma anche delusione nel movimento, sfiducia nelle forze comuni. Si era creduto in un “avvenire luminoso” e tutti avevano lottato uniti, indipendentemente dalla nazionalità: le questioni comuni innanzi tutto! Poi si insinuò negli animi il dubbio e la gente incominciò a suddividersi in scompartimenti nazionali: ognuno conti solo su di sé. Il “problema nazionale” innanzi tutto!

Al tempo stesso, si produceva nel paese un importante rivolgimento della vita economica. Il 1905 non era passato invano: la sopravvivenza del regime feudale nelle campagne ricevettero un altro colpo. Una serie di buoni raccolti dopo la carestia e l’ascesa industriale che si iniziò in seguito diedero nuovo impulso al capitalismo. La differenziazione nelle campagne e l’incremento delle città, lo sviluppo dei commercio e delle vie di comunicazione fecero, un grande passo avanti. Ciò è particolarmente vero per le regioni periferiche. Ma non poteva non accelerare il processo di consolidamento economico delle nazionalità della Russia. Queste ultime dovevano mettersi in movimento...

Il “regime costituzionale” [2] che era stato stabilito in quel periodo agiva nello stesso senso, favorendo il risveglio delle nazionalità. Lo sviluppo dei giornali e in generale dell’attività editoriale, una certa libertà di stampa e di organizzazione culturale, lo sviluppo dei teatri popolari, ecc., contribuirono senza dubbio al rafforzarsi dei “sentimenti nazionali”. La Duma, con la sua campagna elettorale e con i suoi gruppi politici, offrì nuove possibilità al rianimarsi delle singole nazioni, una nuova e vasta arena per la loro mobilitazione.

E l’ondata di nazionalismo bellicoso che si scatenò dall’alto e tutta una serie di azioni repressive da parte dei “detentori del potere”, che facevano scontare alle regioni periferiche il loro “amore per la libertà”, scatenarono una controndata di nazionalismo dal basso, che talora si trasformava in grossolano sciovinismo. Il rafforzarsi del sionismo tra gli ebrei, lo svilupparsi dello sciovinismo in Polonia, del panislamismo fra i tartari, il rafforzarsi del nazionalismo tra gli armeni, i georgiani, gli ucraini, la generale propensione della gente comune per l’antisemitismo, tutti questi sono fatti di dominio pubblico.

L’ondata di nazionalismo avanzava con forza crescente, minacciando di travolgere le masse operaie. E quanto più si affievoliva il movimento di liberazione, tanto più rigogliosi sbocciavano i fiori del nazionalismo.

In quel difficile momento, un’alta missione incombeva alla socialdemocrazia: far fronte al nazionalismo, preservare le masse dall’epidemia generale. Infatti la socialdemocrazia, e solamente essa, poteva far questo, opponendo al nazionalismo l’arma sperimentata dell’internazionalismo, l’unità e l’indivisibilità della lotta di classe. E quanto più impetuosamente avanzava l’ondata del nazionalismo, tanto più forte avrebbe dovuto risuonare la voce della socialdemocrazia per la fratellanza e l’unità dei proletari, di tutte le nazionalità della Russia. Occorreva perciò una particolare fermezza nei socialdemocratici delle regioni periferiche, che si urtavano direttamente con il movimento nazionalista.

Ma non tutti i socialdemocratici si dimostrarono all’altezza del compito e meno degli altri i socialdemocratici delle regioni periferiche. Il Bund [3] , che prima sottolineava i problemi generali, ha cominciato ora a mettere in primo piano i suoi scopi particolari, puramente nazionalistici: ed è andato tanto oltre, da proclamare la “celebrazione del sabato” e il “riconoscimento del gergo” [4] punti principali della sua campagna elettorale [5] . Al Bund ha tenuto dietro il Caucaso una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che prima avevano respinto, insieme ai restanti socialdemocratici del Caucaso, “l’autonomia culturale nazionale”, ora la pongono come una rivendicazione attuale [6] . Non parliamo neppure della conferenza dei liquidatori [7] , che, in maniera diplomatica, ha sancito le deviazioni nazionalistiche [8] .

Ma da questo risulta che le vedute della socialdemocrazia russa sulla questione nazionale non sono ancora chiare per tutti i socialdemocratici.

E’ necessario, evidentemente, un esame serio e completo della questione nazionale. E’ necessario un lavoro concorde ed instancabile dei socialdemocratici conseguenti per dissipare le nebbie del nazionalismo, da qualunque parte vengano.

La nazione

Che cos’è la nazione?

La nazione è, innanzi tutto, una comunità, una determinata comunità di persone.

E’ una comunità non di razza né di stirpe. L’attuale nazione italiana è stata formata da romani, germani, etruschi, greci, arabi, ecc. La nazione francese è stata costituita da galli, romani, britanni, germani, ecc. Lo stesso va detto degli inglesi, dei tedeschi e degli altri popoli, che si sono costituiti in nazioni con genti di diverse razze e stirpi.

La nazione non è dunque una comunità di razza riò di stirpe, ma una comunità di persone, formatasi storicamente.

D’altra parte, non c’è dubbio che i grandi stati di Ciro o di Alessandro non possano esser chiamati nazioni, sebbene si siano formati anch’essi storicamente, si siano formati con stirpi e razze diverse. Non erano nazioni, ma conglomerati casuali e debolmente legati di gruppi che si disgregavano o si riunivano secondo i successi o le sconfitte di questo o quel conquistatore.

La nazione non è dunque un conglomerato casuale né effimero, ma una stabile comunità di persone.

Ma non ogni comunità stabile costituisce una nazione. L’Austria e la Russa sono anch’esse comunità stabili, tuttavia nessuno le chiama nazioni. In che cosa si differenzia una comunità nazionale da una comunità statale? Fra l’altro in questo: che una comunità nazionale non è concepibile senza lingua comune, mentre per una comunità statale la lingua comune non è indispensabile. La nazione ceca in Austria e la polacca in Russia non sarebbero possibili se ognuna di esse non avesse una lingua comune, mentre all’integrità della Russia e dell’Austria non si oppone l’esistenza, nel loro seno, di tutta una serie di lingue. Mi riferisco, naturalmente, alle lingue popolari, parlate, e non a quelle ufficiali della burocrazia.

La lingua comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.

Questo non vuol certo dire che nazioni diverse parlino sempre e. dovunque lingue diverse o che tutti coloro che parlano una stessa lingua costituiscano necessariamente una sola nazione. Una lingua comune per ogni nazione, ma non necessariamente lingue diverse per nazioni diverse! Non c’è nazione in cui si parlino nello stesso tempo lingue diverse, ma questo non vuol dire però che non vi possano essere due nazioni che parlino la stessa lingua! Gli inglesi e i nordamericani parlano la stessa lingua, e tuttavia non costituiscono una sola nazione. Lo stesso si deve dire dei norvegesi e dei danesi, degli inglesi e degli irlandesi.

Ma perché, per esempio, gli inglesi e i nordamericani non costituiscono una nazione, nonostante la lingua comune?

Prima di tutto perché non vivono insieme, ma in territori diversi. La nazione si forma soltanto come risultato di rapporti prolungati e regolari, come risultato di una vita comune di generazione in generazione. Ma una lunga vita in comune non é possibile se non in un territorio, comune. Gli inglesi .,e gli americani prima abitavano un solo territorio, l’Inghilterra, e costituivano una sola nazione. Poi, una parte degli inglesi si trasferì dall’Inghilterra in un nuovo territorio, in America, e lì, sul nuovo territorio col passar del tempo, costituì la nuova nazione nordamericana. Territori diversi hanno condotto alla formazione di diverse nazioni.

Il territorio comune è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.

Ma non basta. Il territorio comune, di per sé, non dà ancora la nazione. Occorre,’ inoltre, un vincolo economico interno che saldi le singole parti della nazione in un tutto unico. Tra l’Inghilterra e gli Stati Uniti non c’è un tale vincolo e perciò esse costituiscono due nazioni diverse. Ma anche gli stessi nordamericani non meriterebbero il nome di nazione, se le diverse parti degli Stati Uniti non fossero legate fra loro in un tutto economico, grazie alla divisione del lavoro tra loro, allo sviluppo delle vie di comunicazione, ecc.

Prendiamo, per esempio, i georgiani. I georgiani, prima della riforma [9] vivevano su un, territorio comune e parlavano la stessa lingua, eppure non costituivano, a rigor di termini, una sola nazione, perché, divisi in tutta una serie di principati staccati l’uno dall’altro, non potevano vivere una vita economica comune, da secoli si facevano la guerra e si danneggiavano reciprocamente, aizzandosi contro persiani e turchi. L’unione effimera e casuale di principati, che talvolta qualche re fortunato riusciva a realizzare, nel migliore dei casi si limitava al lato amministrativo superficiale e si rompeva ben presto per il capriccio dei principi e per l’indifferenza dei contadini. E non poteva essere diversamente, dato lo sminuzzamento economico della Georgia... La Georgia, come nazione, è nata solo nella seconda metà del secolo XIX, quando la fine della servitù della gleba e lo sviluppo della vita economica del paese, lo sviluppo delle vie di comunicazione e il sorgere del capitalismo introdussero una divisione del lavoro tra le regioni della Georgia, scossero l’isolamento economico dei principati, collegandoli in un tutto unico.

Lo stesso si deve dire delle altre nazioni che hanno superato lo stadio del feudalesimo e nelle quali si è sviluppato il capitalismo.

La comunanza della vita economica, la coesione economica sono dunque uno degli elementi caratteristici della nazione.

Ma neanche questo è tutto. Oltre a tutto ciò che si è detto, bisogna prendere anche in considerazione le caratteristiche della conformazione spirituale delle persone unite nella nazione. Le nazioni si distinguono l’una dall’altra non solo per le loro condizioni di vita ma anche per la conformazione spirituale, che si esprime nelle caratteristiche della cultura nazionale. Se l’Inghilterra, gli Stati Uniti e l’Irlanda, che parlano un’unica lingua, costituiscono nondimeno tre differenti nazioni, ciò é dovuto in non piccola parte alla particolare conformazione psichica che si è creata in esse col succedersi delle generazioni, in conseguenza delle diverse condizioni di esistenza. . Certo, la conformazione psichica in sé, o, come altrimenti viene chiamata, il “carattere nazionale”, è per l’osservatore qualche cosa di inafferrabile, ma nella misura in cui si esprime in una cultura originale, comune alla nazione, esso è percepibile e non può essere ignorato.

Inutile dire che il “carattere nazionale” non è qualche cosa di fissato una volta per sempre, ma muta col mutare delle condizioni di vita; però, in quanto esiste in ogni dato momento, imprime alla fisionomia della nazione il suo suggello.

La comune conformazione psicologica, che si esprime nella cultura comune, è dunque uno dei tratti caratteristici della nazione.

In tal modo, abbiamo esaurito tutte le caratteristiche della nazione.

La nazione è una comunità stabile, storicamente formatasi, di lingua, di territorio, di vita economica e di conformazione psichica che si manifesta nella comune cultura.

Con ciò è evidente che la nazione, come ogni altro fenomeno storico, sottostà alla legge del mutamento; ha la propria storia, il proprio principio e la propria fine.

E’ necessario sottolineare che nessuna delle caratteristiche indicate, presa isolatamente, è sufficiente a definire la nazione. Anzi, basta che manchi una sola di queste caratteristiche, perché la nazione cessi di essere tale.

Si possono immaginare popolazioni che abbiano un “carattere nazionale” comune, e tuttavia non si può dire che costituiscano una nazione, se non sono collegate economicamente, se vivono su territori differenti, se parlano lingue diverse, ecc. Tali sono, per esempio, i russi, i galiziani, gli americani, i georgiani, gli ebrei del Caucaso, che non costituiscono a nostro avviso, un’unica nazione.

Si possono immaginare popolazioni che abbiano un territorio comune e una comune vita economica; e tuttavia esse non costituiscono una nazione se non hanno lingua e “carattere nazionale” comuni. Tali sono, per esempio, i tedeschi e i lituani del Baltico.

Infine, i norvegesi e i danesi parlano la stessa lingua, ma non costituiscono una nazione, perché mancano gli altri caratteri.

Solo se tutti i caratteri esistono congiuntamente, si ha la nazione.

Può sembrare che il “carattere nazionale” non sia uno dei caratteri ma l’unico carattere essenziale della nazione e che tutti gli altri siano, propriamente, condizioni dello sviluppo della nazione, e non suoi tratti caratteristici. Sostengono quest’opinione, per esempio, i teorici socialdemocratici della questione nazionale ben noti in Austria, R. Springer e, particolarmente, O. Bauer.

Esaminiamo la loro teoria della nazione.

Secondo lo Springer, “la nazione è un’unione di persone che pensano nello stesso modo e parlano nello stesso modo”. La nazione è una comunità culturale di gruppi di contemporanei, non legata alla terra [10] (il corsivo è nostro). E’ dunque un’unione di persone che pensano e parlano nello stesso modo, per quanto separate le une dalle altre, e dovunque vivano.

Il Bauer si spinge più oltre. Che cos’è la nazione? domanda. E’ forse la comunità di lingua che unisce le persone in una nazione? Ma gli inglesi e gli irlandesi ... parlano la stessa lingua, senza costituire, tuttavia, un unico popolo; gli ebrei non hanno affatto una lingua comune e nondimeno costituiscono una nazione” [11] .

Che cos’è dunque una nazione?

“La nazione è una relativa comunità di carattere” [12] .

Ma, in questo caso, che cos’è il carattere, il carattere nazionale?

Il carattere nazionale è “la somma dei caratteri che distinguono le persone di una nazionalità da quelle di un’altra, il complesso delle qualità fisiche e spirituali che, distinguono una nazione dall’altra” [13] .

Il Bauer, naturalmente, sa che il carattere nazionale non cade dal cielo, e perciò soggiunge: “Il carattere delle persone non è determinato da nient’altro che dal loro destino”... “la nazione non è altro che la comunanza del destino” determinata, a sua volta, “dalle condizioni nelle quali le persone producono i loro mezzi di esistenza e ripartiscono i prodotti del loro lavoro” [14] .

In tal modo, siamo giunti alla definizione più “completa”, come si esprime il Bauer, della nazione.

La nazione è un insieme di persone unite da un carattere comune sulla base del comune destino [15] .

Dunque: carattere nazionale comune sulla base del comune destino, senza un nesso necessario con la comunanza di territorio, di lingua e di vita economica.

Ma che cosa rimane in questo caso della nazione? Di quale comunità nazionale si può parlare, trattandosi di persone separate economicamente l’una dall’altra, che popolano territori diversi e che di generazione in generazione parlano lingue diverse?

Il Bauer parla degli ebrei come di una nazione, sebbene “non abbiano affatto una lingua comune” [16] ; ma di quale “destino comune” e di quale legame nazionale si può parlare, per esempio, per gli ebrei georgiani, daghestani, russi e americani, completamente staccati gli uni dagli altri e che abitano territori diversi e parlano lingue diverse?

Gli ebrei a cui ho accennato vivono senza dubbio una vita economica e politica comune con i georgiani, i daghestani, i russi e gli americani, in un’atmosfera culturale comune con loro; questo non può non lasciare la sua impronta sul loro carattere nazionale; se qualcosa di comune è rimasto loro, è la religione, la comune origine e qualche, residuo del carattere nazionale. Tutto questo é certo. Ma come si può sostenere seriamente che dei riti religiosi fossilizzati e dei residui psicologici che vanno dileguandosi influiscano sul “destino” dei suddetti ebrei più fortemente del vivo ambiente economico-sociale e culturale che li circonda? Eppure solo con una simile ipotesi si può parlare degli ebrei in generale come di un’unica nazione.

In che cosa si distingue allora la nazione del Bauer dallo “spirito nazionale”, mistico e autosufficiente degli spiritualisti?

Il Bauer pone una barriera insormontabile fra il “tratto caratteristico” della nazione (il carattere nazionale) e le “condizioni” di vita, scindendo l’uno dalle altre. Ma che cos’è il carattere nazionale, se non il riflesso delle condizioni di vita, se non l’essenza delle impressioni ricevute dall’ambiente circostante? Come limitarci al solo carattere nazionale, isolandolo e staccandolo dal terreno che lo ha generato?

E poi, in che cosa precisamente si distingueva la nazione inglese da quella nordamericana alla fine del secolo XVIII e al principio del XIX, quando gli Stati Uniti si chiamavano ancora “Nuova Inghilterra”?

Non già, certamente, nel carattere nazionale, perché i nordamericani erano originari dell’Inghilterra, avevano portato con sé in America oltre alla lingua inglese anche il carattere nazionale inglese e, certamente, non potevano perderlo così facilmente, benché sotto l’influsso di nuove condizioni dove svilupparsi loro un carattere particolare. E tuttavia, nonostante la maggiore o minore comunanza di un carattere, essi costituivano già, allora una nazione distinta dall’Inghilterra! Evidentemente, la “Nuova Inghilterra” come nazione si distingueva allora dall’Inghilterra come nazione non per un particolare carattere nazionale, quanto per l’ambiente, le condizioni di vita diverse da quelle dell’Inghilterra.

In tal modo, è chiaro che in realtà non esiste un unico tratto caratteristico della nazione. Esiste solo una somma di tratti caratteristici dei quali, quando si paragonino le nazioni, risalta con maggior rilievo ora l’uno (il carattere nazionale), ora l’altro (la lingua), ora un terzo (il territorio, le condizioni economiche). La nazione rappresenta l’unione di tutti i tratti caratteristici presi insieme.

Il punto di vista di Bauer, che identifica la nazione col carattere nazionale distacca la nazione dalla realtà e la converte in una forza invisibile, per sé stante. Ne risulta non una nazione viva ed operante, ma un che di mistico, di inafferrabile e di trascendente. Perché, ripeto, che cos’è, per esempio, questa nazione ebraica, che si compone di ebrei georgiani, daghestani, russi, americani e altri, questa nazione i cui membri non si comprendono l’un l’altro (parlano lingue diverse), vivono in diverse parti del globo, non si vedono mai tra loro, non agiscono mai congiuntamente, né in tempo di pace, né in tempo di guerra? No, la socialdemocrazia non stabilisce il suo programma nazionale per queste “nazioni” che esistono solo sulla carta. Essa può tener, conto, soltanto, delle nazioni effettive, che agiscono e si muovono e ci costringono perciò a tener conto di loro.

Il Bauer, evidentemente, confonde la nazione, che è una categoria storica, con la stirpe, che è una categoria etnografica.

Dei resto lo stesso Bauer, evidentemente, sente la debolezza della propria posizione. Pur affermando decisamente, all’inizio del suo libro, che gli ebrei sono una nazione [17] , alla fine si corregge, affermando che “la società capitalistica generalmente non dà loro [agli ebrei] la possibilità di continuare a esistere come nazione” [18] e li assimila ad altre nazioni. A quanto pare, ciò è dovuto al fatto che “gli ebrei non hanno una zona delimitata di colonizzazione” [19] , mentre una zona di questo genere l’hanno, per esempio, i cechi, che devono, secondo il Bauer, continuare a esistere come nazione. In una parola: ciò è dovuto alla mancanza di territorio.

Con questo ragionamento, il Bauer voleva dimostrare che l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei [20] , ma con questo ha confutato inavvertitamente la sua stessa teoria, la quale nega che il territorio comune sia uno dei tratti caratteristici della nazione.

Ma Bauer va più in là. All’inizio del suo libro dichiara recisamente che “gli ebrei non hanno affatto una lingua comune e costituiscono, nondimeno, una nazione” [21] . Ma non è ancor giunto a pagina 130 che già cambia posizione e dichiara altrettanto recisamente: “E’ certo che nessuna nazione è possibile senza lingua comune” [22] (il corsivo è nostro).

Il Bauer qui voleva dimostrare che “la lingua è lo strumento più importante della società umana” [23] , ma con questo inavvertitamente ha anche dimostrato una cosa che non si proponeva di dimostrare, e precisamente l’inconsistenza della sua teoria della nazione, che nega l’importanza della lingua comune.

In questo modo si confuta da sé una teoria cucita, con filo idealistico.

2.    Il movimento nazionale

La nazione non è soltanto una categoria storica, ma una categoria storica di un’epoca determinata, l’epoca del capitalismo ascendente.

Il processo di liquidazione del feudalesimo e di sviluppo del capitalismo è nel tempo stesso un processo di unificazione delle popolazioni in nazione. Così, per esempio, sono andate le cose nell’Europa occidentale. Gli inglesi, i francesi, i tedeschi, gli italiani e altri si sono fusi in nazione durante l’ascesa vittoriosa del capitalismo, che trionfava sul frazionamento feudale.

Ma nell’Europa occidentale la formazione delle nazioni significava al tempo stesso la loro trasformazione in stati nazionali indipendenti. La nazione inglese, francese e le altre sono al tempo stesso lo stato inglese e così via. L’Irlanda, rimasta fuori di questo processo, non cambia il quadro generale.

Assai diversamente sono andate le cose nell’Europa orientale. Nel periodo in cui in Occidente le nazioni si sviluppavano in stati, in Oriente si formavano stati plurinazionali, stati composti di parecchie nazionalità. Tali l’Austria-Ungheria e la Russia. In Austria i tedeschi più progrediti dal punto di vista politico, si assunsero il compito di unificare le varie nazionalità in un solo stato. In Ungheria si dimostrarono più adatti a organizzare lo stato i magiari, nucleo delle nazionalità ungheresi ed unificatosi dell’Ungheria. In Russia, il compito di unificare le nazionalità fu assunto dai grandi-russi, che avevano alla loro testa una burocrazia militare aristocratica, forte e organizzata, formatasi storicamente.

Così sono andate le cose in Oriente.

Questo modo particolare di formazione degli stati poteva aver luogo solo nel quadro di un feudalesimo non ancor liquidato, nel quadro di un capitalismo debolmente sviluppato, in cui le nazionalità, ricacciate in secondo piano, non fossero ancora riuscite a consolidarsi economicamente in nazioni unificate.

Ma il capitalismo incomincia a svilupparsi anche negli stati dell’Europa orientale. Si sviluppano commerci e vie di comunicazione. Sorgono grandi città. Le nazioni si consolidano economicamente. Irrompendo nella vita tranquilla delle nazionalità oppresse, il capitalismo le desta e le mette in movimento. Lo sviluppo della stampa e del teatro, l’attività dei Reichsrat (in Austria) e della Duma (in Russia) contribuiscono al rafforzamento dei “sentimenti nazionali”. Gli intellettuali che sorgono si compenetrano dell’idea nazionale” ed agiscono nello stesso senso...

Ma destandosi a vita indipendente, le nazioni oppresse non si uniscono ormai più in stati nazionali indipendenti: esse incontrano sul loro cammino una fortissima opposizione da parte degli strati dirigenti delle nazioni dominanti, che già da tempo sono alla testa dello stato. Sono arrivate troppo tardi!...

Così si costituiscono in nazione i cechi, i polacchi, ecc., in Austria; i croati, in Ungheria; i lettoni, i lituani, gli ucraini, i georgiani, gli armeni, ecc., in Russia. Quella che era un’eccezione nell’Europa occidentale (l’Irlanda) è divenuta la regola in Oriente.

In Occidente, l’Irlanda aveva reagito alla sua situazione eccezionale con un movimento nazionale. In Oriente, le nazioni risvegliate dovevano reagire nello stesso modo.

Così si sono formate le circostanze che hanno spinto alla lotta le giovani nazioni dell’Europa orientale.

La lotta, per essere esatti, è incominciata e si è accesa non tra intere nazioni, ma tra le classi dirigenti delle nazioni dominanti e di quelle oppresse. Abitualmente, conducono la lotta o la piccola borghesia cittadina della nazione oppressa contro la grande borghesia della nazione dominante (cechi e tedeschi), o la borghesia agricola della nazione oppressa contro l’aristocrazia fondiaria della nazione dominante (gli ucraini in Polonia), o tutta la borghesia “nazionale” delle nazioni oppresse contro la nobiltà che è al governo della nazione dominante (Polonia, Lituania, Ucraina e Russia).

La borghesia è la protagonista.

La questione fondamentale per la giovane borghesia è il mercato. Vendere le proprie merci ed uscire vittoriosa dalla concorrenza con la borghesia di un’altra nazionalità, questo il suo scopo. Di qui il suo desiderio di assicurarsi un “proprio” mercato “nazionale”. Il mercato è la prima scuola dove la borghesia impara il nazionalismo.

Ma la questione, di solito, non si limita al mercato. Alla lotta prende parte la burocrazia semifeudale-semiborghese della nazione dominante con il suo metodo di “tirare e non mollare”. La borghesia della nazione dominante, grande o piccola che sia, ha la possibilità di avere il sopravvento “più rapidamente”, “in modo più decisivo” sui suoi concorrenti. Si uniscono le “forze” e... incomincia contro la borghesia “allogena” tutta una serie di misure restrittive che degenerano in persecuzioni. La lotta passa dal campo commerciale al campo politico. Restrizioni alla libertà di spostamento, limitazioni all’uso della lingua. limitazioni al diritto di voto, riduzione delle scuole, limitazioni nel campo religioso, ecc., si rovesciano addosso alla concorrente. Certo, queste misure non sono dirette a favorire soltanto gli interessi delle classi borghesi della nazione dominante, ma anche, più specificamente, i fini di casta, per così dire, della burocrazia che esercita il potere. Ma dal punto di vista dei risultati ciò non cambia nulla: in questo caso, le classi borghesi e la burocrazia vanno a braccetto, sia che si tratti dell’Austria-Ungheria, sia che si tratti della Russia.

Stretta da tutte le parti, la borghesia della nazione oppressa si mette naturalmente in movimento. Essa fa appello ai “fratelli del popolo” e incomincia ad inneggiare alla “patria”, spacciando la propria causa particolare come causa di tutto il popolo. Essa recluta il suo esercito di “compatrioti”, nell’interesse... della “patria”. E il “popolo” non resta sempre sordo agli appelli e si raccoglie intorno alla bandiera della borghesia. Le persecuzioni contro la borghesia opprimono anche il popolo e suscitano il suo malcontento.

Così incomincia il movimento nazionale.

La forza del movimento nazionale dipende dalla misura in cui vi partecipano i larghi strati della nazione, il proletariato a i contadini.

Il proletariato sì metterà o no sotto la bandiera del nazionalismo borghese, secondo il grado di sviluppo delle contraddizioni di classe, secondo la sua coscienza e organizzazione. Un proletariato cosciente ha la propria bandiera privata, e non ha motivo di mettersi sotto la bandiera della borghesia.

Per quanto riguarda i contadini, la loro partecipazione al movimento nazionale dipende prima di tutto dal carattere della repressione. Se le repressioni toccano gli interessi della “terra”, come è accaduto in Irlanda, le grandi masse contadine passano immediatamente sotto la bandiera del movimento nazionale.

D’altra parte, se, per esempio in Georgia, non esiste un nazionalismo antirusso di una qualche importanza, ciò è dovuto innanzi tutto al fatto che laggiù non vi sono proprietari fondiari russi o grande borghesia russa, che potrebbero alimentare tale nazionalismo tra le masse. In Georgia esiste un nazionalismo antiarmeno, perché in essa c’è ancora una grande borghesia armena, la quale, opprimendo la piccola borghesia georgiana, non ancora consolidatasi, la orienta verso il nazionalismo antiarmeno.

In dipendenza di questi fattori, il movimento nazionale o assume un carattere di massa, sviluppandosi sempre più (Irlanda, Galizia) oppure si trasforma in una catena di piccole scaramucce, degenerando in scandali e in “lotte” per le insegne dei negozi (come in alcune cittadine della Boemia).

Il contenuto del movimento nazionale non può certo essere uguale dappertutto. Esso è determinato dalle diverse rivendicazioni nelle quali si esprime. In Irlanda, il movimento ha un carattere agrario, .in Boemia un carattere “linguistico”, qui si rivendica l’uguaglianza di diritti civili e la libertà di culto. là si esigono “propri” funzionari o una propria Dieta. Nelle diverse rivendicazioni non di rado si manifestano vari tratti che caratterizzano la nazione, in generale lingua, territorio, ecc.. E’ degno d’attenzione il fatto che in nessun caso si avanzano rivendicazioni concernenti il “carattere nazionale” generale del Bauer. E si capisce: il “carattere nazionale” di per sé è inafferrabile e, come ha giustamente osservato J. Strasser [24] , la politica non vi ha niente a che fare.

Queste, in generale, le forme e il carattere del movimento nazionale.

Da ciò che si è detto, risulta chiaramente che la lotta nazionale, nel quadro del capitalismo ascendente, è una lotta delle classi borghesi tra loro. Talvolta la borghesia riesce ad attirare il proletariato nel movimento nazionale. ed allora la lotta nazionale assume, esteriormente, un carattere “popolare”, ma solo esteriormente. Nella sua essenza, la lotta resta sempre borghese, vantaggiosa e utile soprattutto per la borghesia.

Ma da ciò non consegue affatto che il proletariato non debba lottare contro la politica di oppressione nazionale.

Le limitazioni alla libertà di trasferirsi da un luogo all’altro, la privazione del diritto di voto, le limitazioni all’uso della lingua, la soppressione delle scuole ed altre persecuzioni colpiscono gli operai altrettanto, se non più, della borghesia. Una situazione simile non può che ritardare il processo di libero sviluppo delle forze spirituali nel proletariato delle nazioni oppresse. Non si può parlare seriamente di pieno sviluppo delle facoltà spirituali dell’operaio tartaro o ebreo. quando non gli si dà la possibilità di usare la lingua materna nelle adunanze e nelle conferenze, quando gli si chiudono le scuole.

Ma la politica delle persecuzioni nazionalistiche è pericolosa per la causa del proletariato anche da un altro punto di vista. Essa distoglie l’attenzione di larghi strati della popolazione dai problemi sociali, dai problemi della lotta di classe, per dirigerla verso i problemi nazionali, verso i problemi “comuni” al proletariato e alla borghesia. E ciò crea un terreno favorevole alla falsa predicazione, della “concordanza d’interessi”, favorisce l’accantonamento degli interessi di classe del proletariato, l’asservimento spirituale degli operai. Così si crea un ostacolo serio che causa delusione dei proletari di tutte le nazionalità. Se una parte notevole degli operai polacchi è rimasta finora spiritualmente asservita ai nazionalisti borghesi, è rimasta finora fuori del movimento operaio internazionale, ciò è dovuto soprattutto al fatto che la tradizionale politica antipolacca dei “governanti” crea il terreno per tale asservimento e fa sì che difficilmente gli operai possano liberarsene.

Ma la politica di repressione non si limita a questo. Dal “sistema” dell’oppressione, passa non di rado al “sistema” della persecuzione delle nazioni, al “sistema” dei massacri e dei pogrom. Naturalmente, quest’ultimo sistema non è possibile sempre e ovunque, ma dove è possibile, quando mancano le libertà elementari, assume spesso proporzioni terribili, minacciando di annegare nel sangue e nelle lacrime la causa dell’unione degli operai. Il Caucaso e la Russia meridionale offrono non pochi esempi. Divide et impera: questo il fine della politica di persecuzione. E nella misura in cui riesce, questa politica rappresenta per il proletariato il peggiore dei mali, l’ostacolo più serio alla causa della unione degli operai di tutte le nazionalità dello stato.

Ma gli operai sono interessati ad unire tutti i loro compagni in un solo esercito internazionale, a liberarli rapidamente e definitivamente dall’asservimento spirituale alla borghesia e a dar pieno e libero sviluppo alle energie spirituali dei loro fratelli, a qualunque nazione appartengano.

Perciò gli operai si battono e si batteranno contro la politica di oppressione delle nazioni in ogni sua forma, dalla più raffinata alla più grossolana, come pure contro la politica di persecuzione in tutti i suoi aspetti.

Perciò la socialdemocrazia di tutti i paesi proclama il diritto delle nazioni all’autodecisione.

Diritto all’autodecisione, cioè: solo la nazione stessa ha il diritto di decidere il proprio destino, nessuno ha il diritto di intromettersi a forza nella vita di una nazione, di distruggere le scuole e altre istituzioni, di abolirne le usanze e i costumi, di impedirne la lingua, di menomarne i diritti.

Questo non significa certo che la socialdemocrazia sosterrà indistintamente tutti i costumi e le istituzioni delle nazioni. Combattendo contro la violenza esercitata ai danni di una nazione, essa difenderà solo il diritto della nazione stessa a decidere il proprio destino e condurrà nel tempo stesso un’agitazione contro le usanze e le istituzioni dannose della nazione stessa, affinché i lavoratori possano liberarsene.

Il diritto all’autodecisione significa che la nazione può organizzarsi secondo il suo desiderio. Essa ha il diritto di organizzare la sua esistenza secondo i principi dell’autonomia. Essa ha il diritto di stabilire rapporti federativi con altre nazioni o di separarsi completamente da esse. La nazione è sovrana e tutte le nazioni hanno uguali diritti. Ciò non significa naturalmente che la socialdemocrazia debba difendere qualsiasi rivendicazione di una nazione. Una nazione ha il diritto di tornare anche ai vecchi ordinamenti, ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia sottoscriva una decisione di questo genere, presa da una qualunque istituzione nazionale. I doveri della socialdemocrazia, che difende gli interessi del proletariato, e i diritti della nazione, che é composta di diverse classi, sono due cose diverse.

Pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, la socialdemocrazia si prefigge di metter fine alla politica di oppressione delle nazioni, di renderla impossibile, e con ciò di evitare la lotta fra le nazioni, di attenuarla, di ridurla al minimo.

E’ sostanzialmente questo che distingue la politica del proletariato cosciente da quella della borghesia, che cerca di approfondire e di estendere la lotta nazionale, di. protrarre e di acuire il movimento nazionale.

Appunto per ciò il proletariato cosciente non può mettersi sotto la bandiera “nazionale” della borghesia.

Appunto per ciò la politica cosiddetta “nazionale evoluzionistica” preconizzata dal Bauer non può diventare la politica dei proletariato. Il tentativo del Bauer di identificare la sua politica “nazionale evoluzionistica” con la politica “della classe operaia contemporanea” [25] è un tentativo di adattare la lotta di classe degli operai alla lotta della nazione.

I destini del movimento nazionale, essenzialmente borghese, sono naturalmente legati al destino della borghesia. La caduta definitiva del movimento nazionale è possibile solo con la caduta della borghesia. Solo nel regno del socialismo può essere instaurata la pace completa. Ma ridurre al minimo la lotta nazionale, scalzarne le radici, renderla meno nociva per il proletariato è possibile anche nelle condizioni del capitalismo. Ne fanno fede, se non altro, gli esempi della Svizzera e dell’America. A tale scopo è necessario democratizzare il paese e dare alle nazioni la possibilità di un libero sviluppo.

3.    Impostazione del problema

Una nazione ha il diritto di decidere liberamente il suo destino. Ha il diritto di organizzarsi come le aggrada, naturalmente senza calpestare i diritti delle altre nazioni. Questo è fuori discussione.

Ma come precisamente dovrà organizzarsi, quali forme dovrà avere la sua futura costituzione, se si prendono in considerazione gli interessi della gran maggioranza della nazione e anzitutto dei proletariato?

La nazione ha il diritto di organizzarsi in forma autonoma. Ha anche il diritto di staccarsi dallo stato di cui fa parte. Ma ciò non significa ancora che debba farlo in qualsiasi circostanza, che l’autonomia o la separazione siano, sempre e dovunque, utili alla nazione, cioè alla sua maggioranza, alla popolazione lavoratrice. I tartari della Transcaucasia, come nazione, possono riunirsi, supponiamo, in una loro Dieta, e, sottomettendosi all’influenza dei loro bey e mullah, possono restaurare nel loro paese i vecchi ordinamenti, decidere la separazione dallo stato. Secondo il principio dell’autodecisione, hanno pieno diritto di farlo. Ma sarebbe conforme agli interessi dei lavoratori della nazione tartara? Può forse la socialdemocrazia considerare con indifferenza il fatto che i bey e i mullah trascinano al loro seguito le masse per la soluzione della questione nazionale? Non deve forse la socialdemocrazia intromettersi nella questione e influire in un determinato modo sulla volontà della nazione? Non deve forse intervenire con un piano completo per una soluzione del problema più vantaggiosa per le masse tartare?

Ma quale è la decisione più conforme agli interessi delle masse lavoratrici? L’autonomia la federazione o la separazione?

Tutti questi sono problemi la cui decisione dipende dalle condizioni storiche concrete nelle quali si trova la nazione data.

Anzi, le condizioni, come ogni altra cosa, mutano, e una decisione, giusta in un dato momento, può palesarsi assolutamente sbagliata in un altro momento.

Verso la metà del secolo XIX Marx era per la separazione della Polonia russa, e aveva ragione perché allora si trattava di liberare una cultura superiore da una inferiore, che la opprimeva. E la questione esisteva allora non solo in teoria, accademicamente, ma in pratica, nella vita stessa...

Alla fine del secolo XIX i marxisti polacchi si esprimono già contro la separazione della Polonia ed anch’essi hanno ragione, perché negli ultimi cinquant’anni sono avvenuti profondi mutamenti nel senso di un ravvicinamento economico e culturale della Russia e della Polonia. Inoltre in questo periodo la questione della separazione si trasforma da argomento pratico in argomento di dispute accademiche che preoccupano forse soltanto gli intellettuali emigrati. Ciò non esclude, s’intende, la possibilità di certe circostanze interne ed estere, nelle quali il problema della separazione della Polonia possa ridiventare un problema d’attualità.

Ne consegue che la soluzione della questione nazionale é possibile solo in relazione alle condizioni storiche, considerate nel loro sviluppo.

Le condizioni economiche, politiche e culturali, nelle quali si trova una data nazione, sono l’unica chiave per decidere come precisamente essa debba organizzarsi, quali forme debba assumere la sua futura costituzione. E’ possibile, quindi, che per ogni nazione occorra dare al problema una particolare soluzione. Se c’è un caso nel quale sia necessario impostare dialetticamente un problema, questo caso è proprio quello della questione nazionale.

Perciò dobbiamo decisamente pronunciarci contro un metodo molto diffuso, ma anche molto sommario, che ha la sua origine nel Bund di risolvere la questione nazionale. Alludiamo al facile metodo di ispirarsi alla socialdemocrazia austriaca e jugoslava [26] , che ha già risolto la questione nazionale e dalla quale i socialdemocratici russi dovrebbero semplicemente prendere in prestito la soluzione. Con ciò si presupporrebbe che tutto ciò che è giusto, diciamo così, per l’Austria, sia tale anche per la Russia. Si dimentica la cosa più importante, e nel nostro caso decisiva: le condizioni storiche concrete in Russia, in generale, e nella vita di ogni singola nazione, ai confini della Russia, in particolare.

Ascoltiamo, per esempio, il noto bundista Kossovski,: “Al IV Congresso del Bund, quando si è esaminata la prima parte della questione, la proposta di un congressista di risolverla nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico jugoslavo ha suscitato l’approvazione generale) [27] .

In conclusione, “il Congresso si è pronunciato alla unanimità” per... l’autonomia nazionale.

E questo è tutto! Nessuna analisi della realtà russa, nessun esame delle condizioni di vita degli ebrei in Russia: prima si prende a prestito la risoluzione del partito socialdemocratico iugoslavo, poi si “approva” e poi “si accetta all’unanimità” questa risoluzione. Così i bundisti pongono e ( risolvono” la questione nazionale in Russia...

Fra l’altro, l’Austria e la Russia presentano condizioni assolutamente diverse, Con questo si spiega anche perché la socialdemocrazia austriaca, che a Brünn (1899) [28] approvò un programma nazionale nello spirito della risoluzione del partito socialdemocratico jugoslavo (per la verità, con alcuni emendamenti insignificanti), non affronta affatto la questione. per così dire, alla russa e, naturalmente, non la risolve alla russa.

Prima di tutto, la impostazione della questione. Come formulano il problema i teorici austriaci dell’autonomia nazionale, i commentatori del programma nazionale di Brünn e della risoluzione del partito socialdemocratico jugoslavo, Springer e Bauer?

“Non rispondiamo qui - dice lo Springer - alla questione se sia possibile, in generale, uno stato plurinazionale e se le nazionalità austriache, in particolare, debbano formare un’unica entità politica; considereremo risolte queste questioni. Per chi non è d’accordo sull’accennata possibilità e necessità, la nostra conclusione, naturalmente, sarà infondata. La nostra tesi é: certe nazioni sono obbligate a condurre un’esistenza comune; quali forme giuridiche danno loro la possibilità di vivere nel modo migliore?” (il corsivo è di Springer) [29] .

Così, l’integrità statale dell’Austria è il punto di partenza.

Il Bauer dice la stessa cosa: “Noi partiamo dal presupposto che le nazionalità dell’Austria restino nella stessa unione statale in cui vivono oggi e ci domandiamo quali debbano essere, nel quadro di questa unione, i rapporti delle nazioni tra loro e di tutte loro verso lo stato” [30] .

Di nuovo: l’integrità dell’Austria è il primo dovere.

Può la socialdemocrazia russa porre la questione in questo modo? No, non lo può. E non lo può perché fin dal principio si è messa dal punto di vista dell’autodecisione delle nazioni, in virtù del quale la nazione ha il diritto alla separazione. Perfino il bundista Goldblatt, nel secondo congresso della socialdemocrazia russa, riconobbe che quest’ultima non poteva ripudiare il punto di vista dell’autodecisione. Ecco che cosa diceva allora il Goldblatt: “Contro il diritto di autodecisione non si può obiettare nulla. Nel caso che una nazione lotti per l’indipendenza non è possibile opporvici. Se la Polonia non vuole contrarre un ‘matrimonio legale’ con la Russia, non tocca a noi ostacolarla”.

Le cose stanno così; ma ne consegue che i punti di partenza dei socialdemocratici russi e austriaci non solo non sono simili, ma addirittura opposti. Dopo di che, si può forse parlare della possibilità di prendere a prestito dagli austriaci il programma nazionale?

Ancora: gli austriaci pensano di realizzare “la libertà delle nazionalità” lentamente, per via di piccole riforme. Proponendo l’autonomia nazionale, come soluzione pratica, essi non contano affatto su un cambiamento radicale, su un movimento democratico di liberazione; questo non rientra nella loro prospettiva. Invece i marxisti russi, non avendo motivo di contare sulle riforme, legano la questione della “libertà delle nazionalità” a un probabile mutamento radicale, a un movimento democratico di liberazione. E questo cambia sostanzialmente. la questione per quanto riguarda il probabile destino delle nazionalità in Russia.

“Certo - dice il Bauer - è difficile pensare che l’autonomia nazionale sia il risultato di una grande decisione, di un’azione audace, decisiva. L’Austria andrà verso la sua autonomia nazionale passo, passo, con un processo lento e penoso, con una lotta difficile, in conseguenza della quale la legislazione e il governo si troveranno in una condizione di paralisi cronica. No, non per mezzo di un grande atto legislativo, ma con numerose leggi parziali emanate per le diverse regioni, per le diverse comunità, si creerà il “nuovo ordinamento giuridico-statale” [31] .

La stessa cosa afferma lo Springer: “So benissimo che istituzioni di questo genere (gli organi dell’autonomia nazionale) non si creeranno né in un anno né in un decennio. La sola riorganizzazione dell’amministrazione prussiana ha richiesto un lungo periodo di tempo. Alla Prussia sono occorsi due decenni per stabilire definitivamente le sue istituzioni amministrative fondamentali. Non si creda perciò che io non sappia quanto tempo e quante difficoltà accorreranno per l’Austria” [32] .

Tutto ciò é chiaro. Ma possono i marxisti russi non legare la questione nazionale alle “azioni audaci, decisive”? Possono contare su riforme parziali, su numerose leggi parziali, come mezzo per conquistare “la libertà delle nazionalità”? E se non possono e non debbono far questo, non risulta chiaro che i metodi di lotta e le prospettive degli austriaci e dei russi sono completamente diversi? Come si può, in tale situazione, limitarsi alla autonomia nazionale degli austriaci, unilaterale e parziale? Una delle due: o coloro che vogliono prendere a prestito il programma nazionale degli austriaci non contano su “azioni audaci e decisive” oppure ci contano, ma “non sanno quel che si fanno”.

Infine la Russia e l’Austria si trovano di fronte a problemi di attualità del tutto diversi e per conseguenza anche il modo di risolvere la questione nazionale dev’essere diverso. L’Austria vive in regime parlamentare e nelle condizioni attuali non è possibile un’evoluzione senza il parlamento. Ma la vita parlamentare e l’attività legislativa in Austria non di rado s’interrompono completamente, a causa di conflitti acuti dei partiti nazionali. Questo spiega anche la crisi politica cronica di cui l’Austria soffre da tempo. In conseguenza, la questione nazionale in Austria è il perno, della vita politica, è questione vitale! Non c’è quindi da meravigliarsi che in Austria gli uomini politici socialdemocratici si sforzino di risolvere, in una maniera o nell’altra, prima di tutto la questione dei conflitti nazionali, naturalmente sulla base del parlamentarismo già esistente, con mezzi parlamentari...

Non così in Russia. In Russia, prima di tutto, “grazie a Dio non c’è parlamento” [33] . In secondo luogo, e questo è importante, l’asse della vita Politica della Russia non è la questione nazionale, ma la questione agraria. Perciò i destini della questione russa e, quindi, anche della “liberazione” delle nazioni, sono legati alla soluzione della questione agraria, cioè alla distruzione dei residui feudali, cioè alla democratizzazione del paese. Questo spiega perché in Russia la questione nazionale si presenti non come una questione a sé stante e decisiva, ma come una parte del problema più generale e più importante della liberazione dei paese dal feudalesimo.

“La sterilità del parlamento austriaco - scrive lo Springer - deriva esclusivamente dal fatto che ogni riforma genera in seno ai partiti nazionali delle contraddizioni, che ne minano la coesione, e perciò i capi dei partiti rifuggono attentamente da tutto ciò che, sa di riforma. Il progresso dell’Austria è concepibile in generale solo nel caso che alle nazioni siano date posizioni legali imprescrittibili; ciò le esonera dalla necessità di mantenere nel parlamento veri e propri distaccamenti di combattimento e dà loro la possibilità di consacrarsi alla soluzione dei problemi economici e sociali” [34] .

Lo stesso dice il Bauer:

“La pace nazionale è innanzi tutto necessaria allo stato. Lo stato non può assolutamente tollerare che l’attività legislativa venga interrotta per una stupidissima questione di lingua, per ogni minima controversia di persone eccitate, in un posto qualunque entro i confini nazionali, per ogni nuova scuola” [35] .

Tutto ciò è chiaro. Ma non è meno chiaro che in Russia la questione nazionale si pone su di un piano completamente diverso. In Russia non è la questione nazionale, ma la questione agraria che decide delle sorti del progresso; la questione nazionale è una questione subordinata.

Così, diversa impostazione della questione, diversa prospettiva e diversi metodi di lotta, diversi compiti immediati. Non è forse evidente che in questa situazione solo dei topi di biblioteca che “risolvono” la questione nazionale fuori del tempo e dello spazio possono prendere esempio dall’Austria e pensare di prenderne in prestito il programma?

Ancora una volta: le condizioni storiche concrete, come punto di partenza; l’impostazione dialettica della questione, come unica impostazione giusta: questa è la chiave per la soluzione della questione nazionale.

4.    L’autonomia nazionale

Abbiamo parlato sopra dell’aspetto formale del programma nazionale, austriaco, dei fondamenti metodologici in forza dei quali i marxisti russi non possono puramente e semplicemente seguire l’esempio dalla socialdemocrazia austriaca e far proprio il suo programma.

Ora parleremo del programma stesso, della sua sostanza.

Quale é il programma nazionale dei socialdemocratici austriaci?

Si compendia in due parole: autonomia nazionale.

Ciò significa in primo luogo che si deve dare l’autonomia, per esempio, non alla Cecoslovacchia o alla Polonia, abitate principalmente da cechi e da polacchi, ma ai cechi e ai polacchi in generale, indipendentemente dal territorio, indipendentemente dalla zona dell’Austria in cui risiedono.

Perciò quest’autonomia si chiama nazionale e non territoriale.

Ciò significa, in secondo luogo, che i cechi, polacchi, tedeschi, ecc., disseminati nelle varie regioni dell’Austria, si organizzano in gruppi nazionali personalmente, come singoli individui, e come tali entrano a far parte dello stato austriaco. L’Austria non rappresenta in tal caso un’unione di province autonome, ma un’unione di nazionalità autonome, costituite indipendentemente dal territorio.

Questo significa, in terzo luogo, che le istituzioni nazionali, che devono esser create a tale scopo dai polacchi, cechi, ecc., non si occuperanno di problemi “politici”, ma solo di problemi “culturali”. I problemi specificamente politici saranno di spettanza del parlamento austriaco (Reichsrat).

Perciò questa autonomia si chiama anche culturale, culturale-nazionale.

Ed ecco il testo del programma approvato dalla socialdemocrazia austriaca al Congresso di Brünn del 1899 [36] .

Dopo aver rammentato che “i dissensi nazionali in Austria ostacolano il progresso politico”, che “una soluzione definitiva del problema nazionale... è prima di tutto una necessità culturale”, che “la soluzione è possibile solo in una Società effettivamente democratica, organizzata sulla base del suffragio universale, diretto ed uguale”, il programma continua:

“Il mantenimento e lo sviluppo delle particolarità nazionali dei popoli dell’Austria è possibile solo con la piena uguaglianza di diritti e con la fine di qualsiasi oppressione. Perciò deve essere anzitutto abolito il sistema del centralismo burocratico statale e così pure devono essere aboliti i privilegi feudali dei singoli territori. A queste condizioni e solamente a queste condizioni si potrà instaurare in Austria un ordine nazionale, invece di un disordine nazionale, e precisamente sulle basi seguenti:

1.    l’Austria deve essere trasformata in uno stato che rappresenti l’unione democratica delle nazionalità;

2.    al posto dei territori storici della corona devono essere create delle corporazioni nazionali autonome delimitate, in ognuna delle quali la legislazione e l’amministrazione siano nelle mani di camere nazionali elette a suffragio universale, diretto e uguale;

3.    le regioni autonome di una stessa nazione formano insieme un’unica unità nazionale, che decide le sue questioni nazionali in piena autonomia;

4.    i diritti delle minoranze nazionali verranno garantiti da una legge particolare, emanata dal parlamento imperiale”.

Il programma termina con un appello alla solidarietà di tutte le nazioni dell’Austria [37] .

Non è difficile accorgersi che in questo programma sono rimaste alcune tracce di “territorialismo”, ma nel complesso esso è una formulazione dell’autonomia nazionale. Non per nulla lo Springer, il primo agitatore della autonomia nazionale, l’accoglie con entusiasmo [38] . Anche il Bauer la condivide chiamandola una “vittoria teorica” [39] dell’autonomia nazionale; solo nell’interesse, di una maggior chiarezza egli propone di sostituire l’articolo 4 con una formulazione più precisa, che esprima la necessità di “costituire in seno ad ogni regione autonoma le minoranze nazionali in corporazioni di diritto pubblico”, per la direzione degli affari scolastici e degli altri affari culturali [40] .

Tale il programma nazionale della socialdemocrazia austriaca.

Esaminiamo i suoi fondamenti scientifici.

Vediamo come la socialdemocrazia austriaca giustifica l’autonomia nazionale da essa propugnata.

Consultiamo i suoi teorici, Springer e Bauer.

All’origine dell’autonomia nazionale troviamo il concetto di nazione come unione di individui, indipendentemente da un territorio determinato.

“La nazionalità - secondo Springer - non ha nessun rapporto effettivo col territorio; le nazioni sono unioni personali autonome” [41] .

Anche il Bauer parla della nazione come di una “unione di individui”, alla quale non é attribuita una sovranità esclusiva in una regione determinata [42] .

Ma gli individui che compongono la nazione non vivono sempre in una sola massa; spesso si dividono in gruppi, e sotto questa forma si disperdono in altri organismi nazionali. il capitalismo li caccia in diverse province e città in cerca di guadagno. Ma trasferendosi in territori nazionali altrui e costituendovi una minoranza, questi gruppi subiscono, da parte delle maggioranze nazionali del luogo, restrizioni quanto alla lingua, alla scuola, ecc. Di qui i conflitti nazionali. Di qui l’insufficienza dell’autonomia territoriale. L’unica via d’uscita da tale situazione, secondo lo Springer e il Bauer, è quella di organizzare le minoranze di ogni nazionalità disseminate nelle varie parti dello stato, in una unione nazionale interclassista. Secondo loro, soltanto una tale unione potrebbe difendere gli interessi culturali delle minoranze nazionali, soltanto essa è atta a metter fine ai dissensi nazionali.

“E’ necessario - dice lo Springer - dare alle nazionalità una giusta organizzazione, fissarne i diritti e i doveri” [43] . Certo, “è facile fare una legge, ma avrà essa tutta l’efficacia che ci s’aspettava”?... “Se si vuole fare una legge per le nazioni, prima di tutto bisogna creare le nazioni stesse”... [44] . “Se non si costituiscono le nazionalità, non è possibile creare un diritto nazionale ed eliminare i dissensi nazionali” [45] .

Nello stesso senso parla Bauer quando propone, come “rivendicazione della classe operaia”, “l’organizzazione delle minoranze in corporazioni di diritto pubblico sulla base del principio personale”.

Ma come organizzare le nazioni? Come definire se un individuo appartiene ad una nazione o ad un’altra?

“Quest’appartenenza - dice lo Springer - si definisce per mezzo di certificati nazionali; tutti coloro che vivono in una regione devono dichiarare la loro appartenenza ad una nazione o ad un’altra...”. “Il principio personale - afferma il Bauer - presuppone che la popolazione si divida per nazionalità... sulla base di libere dichiarazioni dei cittadini maggiorenni”, e perciò “si devono preparare i registri nazionali”.

E ancora:

“Tutti i tedeschi - dice il Bauer - che vivono in distretti omogenei dal punto di vista nazionale, e inoltre tutti i tedeschi iscritti nel registri nazionali dei distretti misti costituiscono la nazione tedesca ed eleggono il Consiglio nazionale” [46] .

Lo stesso va detto dei cechi, dei polacchi, ecc.

Il Consiglio nazionale - secondo lo Springer - è un parlamento culturale nazionale al quale spetta di fissare i principi e approvare i mezzi necessari per difendere la scuola nazionale, la letteratura, l’arte e la scienza nazionale, per fondare accademie, musei, gallerie, teatri, ecc.” [47] .

Tali dunque sono l’organizzazione della nazione e la sua istituzione centrale.

Creando tali istituti interclassisti, il partito socialdemocratico austriaco aspira, secondo il Bauer, a “rendere la cultura nazionale... patrimonio di tutto il popolo e ad unire con questo mezzo, che è l’unico possibile, tutti membri della nazione in una comunità nazionale culturale” [48] (il corsivo è nostro).

Si può pensare che questo riguardi soltanto l’Austria. Ma il Bauer non ‘è d’accordo. Egli afferma nettamente che l’autonomia nazionale è obbligatoria anche per quegli altri stati che siano composti, come l’Austria, di parecchie nazionalità. “Alla politica nazionale delle classi abbienti, alla politica di conquista del potere in uno stato plurinazionale, il proletariato di tutte le nazioni contrappone la sua esigenza dell’autonomia nazionale” [49] .

Inoltre, confondendo inavvertitamente l’autodecisione delle nazioni con l’autonomia nazionale, il Bauer continua “Così, l’autonomia nazionale, l’autodecisione delle nazioni, diventa inevitabilmente il programma costituzionale del proletariato di tutte le nazioni, che vivono in stati plurinazionali” [50] .

Ma il Bauer va ancora più in là. Egli è profondamente convinto che le “unioni nazionali” interclassiste “costituite” da lui e dallo Springer saranno come il prototipo della futura società socialista. Egli sa infatti che “l’organizzazione socialista della società... dividerà l’umanità in comunità delimitate secondo la nazionalità” [51] , che in regime socialista si creerà “un raggruppamento della umanità in società nazionali autonome” [52] , che “in tal modo la società socialista rappresenterà sicuramente un quadro variopinto di unioni nazionali personali e di corporazioni territoriali” [53] , e che, per conseguenza, “il principio socialista della nazionalità è la più alta sintesi del principio nazionale e dell’autonomia nazionale” [54] .

E mi pare che basti.

Questa la giustificazione, dell’autonomia nazionale nel lavori del Bauer e dello Springer.

Prima di tutto, balza agli occhi la confusione del tutto incomprensibile e assolutamente ingiustificato tra autodecisione delle nazioni e autonomia nazionale. Una delle due: o il Bauer non ha capito che cos’è l’autodecisione ovvero lo ha capito, ma per una qualche ragione ne deforma il significato. Perché non c’è dubbio che: a) l’autonomia nazionale presuppone l’integrità dello stato plurinazionale, mentre l’autodecisione esce dai limiti di tale integrità; b) l’autodecisione dà alla nazione tutti integralmente i diritti, mentre l’autonomia nazionale dà soltanto i diritti “culturali”.

In secondo luogo, è molto probabile che in avvenire si produca un tal concorso di circostanze interne ed esterne, per cui una nazionalità o un’altra decida di uscire dallo stato plurinazionale, per esempio dall’Austria: al Congresso di Brünn i socialdemocratici ruteni hanno affermato di esser pronti a riunire le “due parti” del loro popolo in un tutto unico [55] . Allora, che ne sarà dell’autonomia nazionale, “inevitabile per il proletariato di tutte le nazioni”?

Che cos’è questa “soluzione” del problema che imprigiona meccanicamente le nazioni nel letto di Procuste dell’integrità dello stato?

E ancora. L’autonomia nazionale è in contraddizione con tutto il processo di sviluppo della nazione. Essa dà la parola d’ordine d’organizzare le nazioni; ma è possibile saldarle artificialmente, se la vita, se lo sviluppo economico separa da esse interi gruppi e li sparpaglia in varie regioni? Non v’è dubbio che agli inizi del capitalismo le nazioni si uniscano. Ma è anche certo che, nelle fasi superiori dei capitalismo comincia un processo di dispersione delle nazioni, un processo di separazione dalle rispettive nazioni di tutta una serie di gruppi che partono in cerca di lavoro e poi si trasferiscono definitivamente in un’altra regione dello stato; in questo modo essi sciolgono i loro vecchi legami, ne allacciano di nuovi nella nuova residenza, assimilano di generazione in generazione nuovi costumi e nuovi gusti e forse anche una nuova lingua....

E’ forse possibile unire in una sola unione nazionale questi gruppi, che si differenziano a tal segno l’uno dall’altro? Dove trovare gli anelli miracolosi, grazie ai quali si possa unificare ciò che non è unificabile? E’ concepibile “fondere in una sola nazione”, per esempio, i tedeschi del Baltico e quelli della Transcaucasia? Ma se tutto questo è inconcepibile e impossibile, in che cosa differisce l’autonomia nazionale dalle utopie dei vecchi nazionalisti., che tentavano di far girare all’indietro la ruota della storia?

Ma la coesione e l’unità della nazione non sono compromesse soltanto dall’emigrazione, sono anche compromesse all’interno in seguito all’acuirsi della lotta di classe. Agli inizi del capitalismo si può ancora parlare di una “comunità culturale” del proletariato e della borghesia. Ma con lo sviluppo della grande industria e l’acuirsi della lotta di classe, la “comunità” comincia a sparire. Non è possibile parlare seriamente di “comunità culturale”, quando padroni e operai di una sola e stessa nazione non si comprendono più tra di loro... Di quale “comunità di destino” si può parlare, quando la borghesia vuole la guerra e il proletariato dichiara “guerra alla guerra”? Come organizzare con questi elementi contrastanti una unione nazionale interclassista? Si può, per conseguenza, parlare di “unione di tutti i membri di una nazione in una comunità nazionale culturale”? [56] Non risulta forse chiaro che l’autonomia nazionale si oppone a tutto l’andamento della lotta di classe?

Ma ammettiamo pure per un momento che la parola d’ordine “organizzare la nazione” sia realizzabile. Tutto sommato è comprensibile che dei parlamentari borghesi nazionalisti tentino di “organizzare la nazione per ottenere un maggior numero di voti. Ma da quando in qua i socialdemocratici hanno incominciato ad “organizzare” le nazioni, a “costituire” le nazioni, a “creare” le nazioni?

Che socialdemocratici son codesti, che in un’epoca di estrema acutizzazione della lotta di classe organizzano unioni nazionali interclassiste? Finora la socialdemocrazia austriaca, come ogni altra, aveva un compito: organizzare il proletariato. Ma questo compito, evidentemente, é “invecchiato”. Ora lo Springer e il Bauer indicano un “nuovo” compito, un compito più interessante: “creare”, “organizzare” la nazione.

Del resto la logica impone che chi ha accettato l’autonomia culturale debba accettare anche questo “nuovo” compito; ma accettare questo compito significa abbandonare la posizione classista sulla via del nazionalismo.

L’autonomia nazionale dello Springer e del Bauer é una forma raffinata di nazionalismo.

E non è certo un caso che il programma nazionale della socialdemocrazia austriaca faccia obbligo di preoccuparsi della conservazione e dello sviluppo delle “particolarità dei popoli nazionali”. Si pensi soltanto: “conservare” “particolarità nazionali” come quella dell’autoflagellazione dei tartari della Transcaucasia nella festa dello Sciaksei-Vakhsei!, “sviluppare” “particolarità nazionali” come quella dei georgiani, del “diritto della vendetta”!...

Un paragrafo di questo genere sarebbe al suo posto in un programma sfacciatamente nazionalistico-borghese; e se è stato incluso nel programma dei socialdemocratici austriaci vuol dire che l’autonomia nazionale tollera tali cose, non vi si oppone.

Ma l’autonomia nazionale, inadatta per la società presente, è ancora meno adatta per la futura società socialista.

La previsione del Bauer sulla “divisione dell’umanità in società nazionali” [57] è in contrasto con tutto il processo di sviluppo dell’umanità contemporanea. Le barriere nazionali non si rafforzano, ma si cancellano, e cadono.

Fin dalla metà del secolo scorso, Marx diceva che “l’isolamento e gli antagonismi nazionali dei popoli vanno via via scomparendo”, che “il dominio del proletariato li farà scomparire ancora di più” [58] . Lo sviluppo ulteriore dell’umanità, con il gigantesco sviluppo della produzione capitalistica, con il fondersi delle nazionalità e con l’unificazione delle genti in territori sempre più estesi, dà una conferma decisiva alla teoria di Marx.

Il desiderio del Bauer di rappresentare la società socialista come “un quadro variopinto di unioni nazionali” individuali e di corporazioni territoriali è un timido tentativo di trasformare la concezione marxista del socialismo nella concezione riformista di Bakunin. La storia del socialismo insegna che tutti i tentativi di questo genere racchiudono in sé gli elementi del loro inevitabile fallimento.

Non parliamo neppure del cosiddetto “principio socialista delle nazionalità” esaltato dal Bauer, che si risolve, a nostro parere, nel sostituire il principio socialista della lotta di classe col principio borghese della nazionalità. Se l’autonomia nazionale parte da un principio così equivoco, bisogna riconoscere che può soltanto nuocere al movimento operaio.

E’ vero che questo nazionalismo non è molto limpido, perché è abilmente mascherato con frasi socialiste, ma esso é tanto più nocivo al proletariato. Si può sempre aver ragione di un nazionalismo aperto: non è difficile identificarlo. Molto più difficile è lottare contro un nazionalismo mascherato e irriconoscibile sotto la sua maschera. Coprendosi con la corazza del socialismo, esso è meno vulnerabile e più vitale. Vivendo poi tra gli operai, avvelena l’atmosfera, diffondendo le idee nefaste della diffidenza reciproca e della separazione degli operai delle diverse nazionalità.

Ma non soltanto per questo l’autonomia nazionale è nociva. Essa prepara il terreno non solo per la divisione delle nazioni, ma anche per il frazionamento del movimento operaio unico. L’idea dell’autonomia nazionale crea le premesse psicologiche per la divisione del partito unico degli operai in diversi partiti, costituiti sulla base della nazionalità. Dopo i partiti, si disgregano i sindacati e si giunge a una divisione completa. Così un movimento di classe unitario si scinde in rivoli nazionali distinti.

L’Austria, patria dell’“autonomia nazionale”, offre gli esempi più tristi di questo fenomeno. Il partito socialdemocratico austriaco, un tempo unico, ha cominciato dal 1897 (Congresso di Wimberg) [59] a scindersi in vari partiti. Dopo il Congresso di Brünn (1899) che votò per l’autonomia nazionale, la scissione si è accentuata ancor più. Infine si è giunti a tal punto, che, invece di un unico partito internazionale, esistono ora sei partiti nazionali, dei quali il partito socialdemocratico ceco non vuole aver niente a che fare con la socialdemocrazia tedesca.

Ma ai partiti sono legati i sindacati. In Austria, sono gli stessi operai socialdemocratici che svolgono l’attività principale, sia nei partiti che nei sindacati. Perciò c’era da temere che il separatismo nel partito avrebbe condotto al separatismo nei sindacati, che anche i sindacati si sarebbero scissi. E cosi è avvenuto: anche i sindacati si sono divisi secondo le nazionalità. Ora si arriva spesso al punto che gli operai cechi sabotano lo sciopero degli operai tedeschi o partecipano alle elezioni amministrative a fianco dei borghesi cechi contro gli operai tedeschi.

Si vede dunque che, l’autonomia nazionale non risolve la questione nazionale. Anzi: l’acutizza e la complica, creando un terreno favorevole alla rottura dell’unità del movimento operaio, alla divisione degli operai secondo la nazionalità, al rafforzamento dei dissensi nelle loro file.

Questi sono i frutti dell’autonomia nazionale.

5.    Il “Bund”, il suo nazionalismo, il suo separatismo

Abbiamo detto sopra che il Bauer, riconoscendo necessaria l’autonomia nazionale per i cechi, i polacchi, ecc., si esprime nondimeno contro l’autonomia per gli ebrei. Alla domanda: “Deve la classe operaia rivendicare l’autonomia per il popolo ebreo?”, il Bauer risponde che “l’autonomia nazionale non può essere una rivendicazione degli operai ebrei” [60] . La ragione, secondo il Bauer, è che “la società capitalistica non permette loro di mantenersi come nazione” [61] .

In breve, la nazione ebraica cessa di esistere, dunque non c’è motivo di rivendicarne l’autonomia. Gli ebrei si vanno assimilando.

Quest’opinione sul destino degli ebrei come nazione non è nuova. Marx l’enunciò sin dalla metà del secolo scorso [62] , riferendosi soprattutto agli ebrei tedeschi. Kautsky la ripeté nel 1903 [63] , riferendosi agli ebrei russi.

Ora la ripete il Bauer, riferendosi agli ebrei austriaci, con questa differenza, però, che egli nega non il presente, ma l’avvenire della nazione ebraica.

Egli spiega l’impossibilità per gli ebrei di mantenersi come nazione col fatto che “gli ebrei non hanno un territorio delimitato di colonizzazione” [64] . Però questa spiegazione, fondamentalmente vera, non contiene tutta la verità. Sta di fatto, innanzi tutto, che non esiste uno strato considerevole di ebrei stabilmente legato alla terra, che consolidi naturalmente la nazione costituendone non solo l’ossatura, ma anche il mercato nazionale. Su cinque o sei milioni di ebrei russi, solo il tre o quattro per cento sono legati in un modo o nell’altro all’agricoltura; il novantasei per cento sono occupati nel commercio, nell’industria, in uffici urbani e in generale vivono nelle città, ed inoltre, sparpagliati per la Russia, non costituiscono la maggioranza in nessuna provincia.

In tal modo, inoltrati in regioni di altra nazionalità, gli ebrei formano minoranze nazionali, che servono soprattutto le nazioni “straniere” in qualità di industriali, commercianti o liberi professionisti, uniformandosi, naturalmente, alle “nazioni straniere” per la lingua, ecc. Tutto ciò, dato il crescente mescolarsi delle nazionalità, caratteristico nelle forme sviluppate dal capitalismo, porta all’assimilazione degli ebrei. L’eliminazione dei ghetti non può che accelerarla.

Per conseguenza, la questione dell’autonomia nazionale per gli ebrei russi assume un carattere alquanto strano: si propone l’autonomia per una nazione di cui si nega l’avvenire e di cui bisogna ancora provare l’esistenza!

Nondimeno il Bund si è messo su questa posizione strana e instabile, approvando nel suo VI Congresso (1905) un “programma nazionale” ispirato all’autonomia nazionale.

Due circostanze hanno spinto il Bund a questo passo.

La prima è l’esistenza del Bund come organizzazione, degli operai socialdemocratici ebrei, e soltanto ebrei. Ancora prima del 1897, gruppi socialdemocratici che lavoravano tra gli operai ebrei si erano prefissi di creare “una particolare organizzazione ebraica di operai” [65] . Nel 1897 crearono quest’organizzazione, unendosi nel Bund. Questo accadde quando la socialdemocrazia russa non esisteva ancora, di fatto, come un tutto unico. Da allora il Bund è cresciuto e si è esteso ininterrottamente, distinguendosi sempre di più sullo sfondo dei giorni grigi della socialdemocrazia russa... Ma eccoci alla fine del secolo XIX. Ha inizio un movimento operaio di massa. La socialdemocrazia polacca si sviluppa e attrae gli operai ebrei nella lotta di massa. La socialdemocrazia russa si sviluppa ed attira a sé gli operai “bundisti”. La cornice nazionale del Bund, priva di una base territoriale, diventa angusta. Il Bund si trova di fronte a un dilemma: o dissolversi nell’ondata generale internazionale, o difendere la propria esistenza indipendente di organizzazione extraterritoriale. Il Bund sceglie quest’ultima soluzione.

Così viene creata la. “teoria” del Bund come “unico rappresentante del proletariato ebreo”.

Ma giustificare in un modo più o meno “semplice” questa strana “teoria” era impossibile. Occorreva darle una veste “di principi”, una giustificazione “di principio”. Questa fu l’autonomia nazionale. Il Bund si aggrappò ad essa, prendendola a prestito dalla socialdemocrazia austriaca. Se gli austriaci non avessero avuto questo programma, il Bund lo avrebbe inventato, per giustificare “in linea di principio” la sua esistenza indipendente. In tal modo, dopo un timido tentativo fatto nel 1901 (IV Congresso), il Bund adottò definitivamente, nel 1905, il suo “programma nazionale” (VI Congresso).

La seconda circostanza è la particolare situazione degli ebrei, che formano minoranze nazionali separate in seno a maggioranze nazionali compatte di intere province.

Abbiamo già detto che tale situazione mina l’esistenza degli ebrei come nazione, li. sospinge sulla via dell’assimilazione. Ma questo è un processo oggettivo. Soggettivamente, nella mente degli ebrei, suscita una reazione e fa sorgere il problema della garanzia dei loro diritti di minoranza nazionale, il problema della garanzia contro l’assimilazione.

Propugnando la vitalità della “nazionalità” ebraica. il Bund non poteva non sostenere il punto di vista della “garanzia”; e, presa una posizione di questo genere, non poteva non accogliere l’autonomia nazionale, perché, se doveva aggrapparsi ad una qualsiasi autonomia, poteva aggrapparsi soltanto all’autonomia nazionale, cioè culturale-nazionale. Di un’autonomia territoriale-politica degli ebrei non si poteva neanche parlare, in quanto essi erano privi di un territorio unito e definito.

E’ caratteristico che il Bund abbia sottolineato fin dall’inizio il carattere nazionale dell’autonomia come garanzia dei diritti delle minoranze nazionali, come garanzia del “libero sviluppo” delle nazioni. Non a caso il rappresentante del Bund al II Congresso della socialdemocrazia russa, Goldblatt, definì l’autonomia nazionale come “istituzione che garantisce loro (alle nazioni) la piena libertà di sviluppo culturale” [66] . I sostenitori delle idee del Bund sono entrati nel gruppo socialdemocratico alla quarta Duma, avanzando la stessa proposta.

Così il Bund ha assunto la strana posizione dell’autonomia nazionale. degli ebrei.

Abbiamo esaminato sopra l’autonomia nazionale in genere. L’esame ci ha dimostrato che l’autonomia nazionale conduce al nazionalismo. Vedremo più avanti che il Bund è già arrivato a questa meta. Ma il Bund considera l’autonomia nazionale anche da un punto di vista particolare: quello della garanzia dei diritti delle minoranze nazionali. Esaminiamo la questione anche da questo punto di vista particolare. Ciò è tanto più necessario, in quanto la questione delle minoranze nazionali, e non solo delle minoranze ebree, ha una grande importanza.

Dunque: “istituzioni che garantiscano” alle nazioni “la piena libertà di sviluppo culturale” (il corsivo é nostro).

Ma che cosa sono mai tali istituzioni?

Prima di tutto il “consiglio nazionale” di Springer-Bauer, una specie di Dieta per, gli affari culturali.

Ma possono queste istituzioni garantire “la piena libertà di sviluppo culturale” delle nazioni? Può una qualsiasi Dieta per gli affari culturali garantire le nazioni dalle persecuzioni nazionalistiche?

Il Bund ritiene di sì.

Ma la storia dice il contrario.

Nella Polonia russa c’è stata una volta una Duma, una Duma politica, ed essa, certo, si è sforzata di garantire la libertà di “sviluppo culturale” dei polacchi; però non solo non vi è riuscita, ma al contrario è caduta essa stessa nell’impari lotta contro le condizioni politiche generali della Russia.

In Finlandia esiste da molto tempo una Duma, che si sforza anch’essa di difendere dagli attentati la nazionalità finnica, ma tutti possono vedere se riesce a fare gran che in questo senso.

Certo, c’è differenza tra Dieta e Dieta e non è così facile sbarazzarsi della Dieta finlandese, organizzata democraticamente, come ci si è sbarazzati di quella polacca aristocratica. Ma comunque, l’elemento decisivo non è rappresentato dalla Dieta, ma dall’ordinamento generale della Russia: se oggi in Russia esistessero gli stessi ordinamenti politico-sociali brutalmente asiatici, come nel passato, come negli anni della soppressione della Dieta polacca, le cose andrebbero peggio per la Dieta finlandese.

Del resto, la politica di “attentati” contro la Finlandia si sviluppa e non si può dire che abbia subìto sconfitte.

Se così stanno le cose per antiche istituzioni formatesi storicamente, come le Diete politiche, tanto meno potranno garantire il libero sviluppo nazionale delle Diete recenti, di recente istituzione, e per giunta deboli come le Diete “culturali”.

Il problema non sta evidentemente nelle “istituzioni”, ma negli ordinamenti generali del paese. Se nel paese non c’è democrazia, non c’è neppure garanzia di “piena libertà di sviluppo culturale” delle nazionalità. Si può dire con sicurezza che quanto più un paese è democratico, tanto minori sono gli “attentati” alla “libertà delle nazionalità” e tanto maggiori le garanzie contro gli “attentati”.

La Russia è un paese semiasiatico e perciò la politica di “attentati” assume non di rado le forme più brutali, le forme di pogrom, inutile dire che le “garanzie”, in Russia, sono ridotte ai minimi termini.

La Germania è già Europa, con maggiore o minor libertà politica; non c’è da meravigliarsi se la politica di attentati non vi assume mai la forma di pogrom.

In Francia, si capisce, vi sono “garanzie” ancora maggiori, perché la Francia è più democratica della Germania.

Non parliamo poi della Svizzera, dove, grazie alla democrazia elevata, anche se borghese, le nazionalità, minoranze o maggioranze che siano, vivono liberamente.

Dunque il Bund è su una falsa strada, quando afferma che le “istituzioni” di per sé possono garantire il pieno sviluppo culturale delle nazionalità.

Si potrebbe osservare che lo stesso Band considera la democratizzazione della Russia come condizione preliminare per la “creazione di istituzioni” e per la garanzia della libertà. Ma ciò non è esatto. Dal Resoconto dell’VIII Conferenza del Bund risulta che questo pensa di ottenere le “istituzioni” sulla base degli ordinamenti attuali in Russia, per mezzo di una “riforma” della comunità ebraica.

“La comunità - diceva a questa conferenza uno dei capi del Bund - può diventare il nucleo della futura autonomia culturale-nazionale. L’autonomia culturale-nazionale è una forma di iniziativa della nazione, una forma di soddisfacimento delle rivendicazioni nazionali. La forma della comunità nasconde lo stesso contenuto. Sono anelli di una sola catena, tappe di una sola evoluzione” [67] .

Partendo da questa premessa, la conferenza ha deciso che bisogna lottare “per una riforma della comunità ebraica e per la sua trasformazione in una istituzione laica”, organizzata democraticamente, da ottenersi per vie legali [68] (il corsivo è nostro).

E’ chiaro che il Band considera come condizione e garanzia non la democratizzazione della Russia, ma la futura “istituzione laica” degli ebrei, ottenuta mediante la “riforma della comunità ebraica”, per così dire per via “legislativa”, attraverso la Duma.

Ma abbiamo già visto che le “istituzioni”, se manca un ordinamento democratico di tutto lo stato, non possono servire di per sé come “garanzie”.

E allora, come fare nel futuro ordinamento democratico? Non occorreranno anche in regime di democrazia speciali “istituzioni culturali che garantiscano”, ecc.? Come stanno le cose, a questo riguardo, per esempio, nella democratica Svizzera? Esistono in Svizzera speciali istituzioni culturali, del tipo del “consiglio nazionale” di Springer? No, non ne esistono. E non ne soffrono gli interessi culturali, per esempio, degli italiani, che sono in Svizzera una minoranza? Non se ne sente parlare. Ed è comprensibile: la democrazia in Svizzera rende superflua qualsiasi “istituzione” culturale-nazionale, “che garantisca”, ecc.

Impotenti oggi, dunque, e superflue domani: tali sono le istituzioni per l’autonomia culturale, tale è l’autonomia nazionale.

Ma essa è ancor più nociva quando si riferisce a una “nazione” la cui esistenza e il cui avvenire sono dubbi. In simili casi, i sostenitori dell’autonomia nazionale sono costretti a difendere e a conservare tutte le particolarità della “nazione”, e non solo quelle utili, ma anche quelle dannose, pur di “salvare la nazione” dall’assimilazione, pur di “conservarla”.

Il Bund doveva inevitabilmente mettersi su questa strada pericolosa.

E in realtà vi si è messo. Ci riferiamo alle note risoluzioni delle ultime conferenze del Bund sul “sabato”, sul “gergo”, ecc. La socialdemocrazia rivendica il diritto della lingua materna per tutte le nazioni, ma il Bund non si contenta di questo; esso esige che si difenda “con particolare fermezza” il diritto della “lingua ebraica” [69] (il corsivo è nostro); e inoltre, nelle elezioni alla IV Duma dà “la preferenza a quello tra loro (cioè tra elettori) [70] che si impegni a difendere il diritto della lingua ebraica” [71] .

Non il diritto generale di usare la lingua materna, ma il diritto particolare di usare la lingua ebraica, il gergo! Gli operai delle diverse nazionalità si devono battere prima di tutto per la propria lingua: gli ebrei per l’ebraica, i georgiani per la georgiana, ecc. La lotta per il diritto comune di tutte le nazioni é una questione di secondo ordine. Voi potete anche non riconoscere a tutte le nazioni oppresse il diritto all’uso della lingua materna; ma se avete riconosciuto il diritto all’uso dei gergo, sappiate che il Bund voterà per voi, che il Bund vi “preferirà”.

Ma in che cosa differisce dunque il Bund dai nazionalisti borghesi?

La socialdemocrazia vuol ottenere un giorno settimanale di riposo obbligatorio, ma il Bund non se ne accontenta ed esige che “per via legislativa” sia “garantito al proletariato ebreo il diritto di celebrare il sabato e che sia abolito l’obbligo di festeggiare anche un altro giorno” [72] .

C’è da credere che il Bund farà “un passo avanti” ed esigerà il diritto di celebrare tutte le antiche feste ebraiche. E se per disgrazia del Bund gli operai ebrei fossero liberati dai pregiudizi e non desiderassero celebrarle, il Bund, con la sua agitazione per “il diritto del sabato”, rammenterebbe loro il sabato, coltiverebbe in loro, per così dire, “lo spirito del sabato”...

E’ perciò del tutto comprensibile che all’VIII Conferenza del Bund siano stati pronunziati dei “discorsi accesi” per rivendicare “ospedali ebrei”, giustificando questa rivendicazione con l’affermazione che “il malato si sente meglio tra i suoi”, che “l’operaio ebreo si sentirebbe a disagio tra gli operai polacchi e si sentirebbe invece bene tra, i bottegai ebrei” [73] .

Conservare tutto ciò che è ebraico, conservare tutte le particolarità nazionali degli ebrei, anche quelle notoriamente dannose per il proletariato, isolare gli ebrei da tutto ciò che non è ebraico, costruire perfino ospedali speciali, ecco dove è arrivato il Band!

Il compagno Plekhanov aveva mille volte ragione quando diceva che il Bund “adatta il socialismo al nazionalismo”. Certo, V. Kossovski e i bundisti che gli assomigliano possono accusare Plekhanov di “demagogia” [74] - la carta sopporta tutto - ma per chi conosce l’attività del Bund non è difficile comprendere che queste brave persone hanno semplicemente paura di dire la verità sul proprio conto e si mascherano con parole grosse contro la demagogia”...

Ma una volta presa una Posizione simile sulla questione nazionale, il Bund doveva naturalmente, mettersi sulla via dell’isolamento degli operai ebrei anche nel campo organizzativo, sulla via delle curie nazionali in seno alla socialdemocrazia. Tale è infatti la logica dell’autonomia nazionale.

Effettivamente, dalla teoria della “rappresentanza unica” il Bund passa alla teoria della “distinzione nazionale” degli operai. Esso esige dalla socialdemocrazia russa che “introduce nella sua struttura organizzativa la distinzione secondo le nazionalità” [75] . Dalla “distinzione” poi fa “un passo avanti” verso la “teoria dell’isolamento”. Non per nulla all’VIII Conferenza del Bund si son sentiti discorsi come questo: “l’esistenza della nazione è nell’isolamento” [76] .

Il federalismo organizzativo cela in sé elementi di disgregazione e di separatismo. Il Bund marcia verso il separatismo.

E del resto, in verità, non saprebbe più dove andare. La sua stessa esistenza di organizzazione, non territoriale lo spinge sulla via del separatismo. Il Bund non ha un territorio determinato, si appoggia a territori “altrui”, mentre la socialdemocrazia polacca, lettone e russa con le quali si trova in contatto sono collettività territoriali-internazionali. Il risultato è che ogni ampliamento di queste collettività rappresenta un “guaio” per il Bund, un restringersi del suo campo di azione. Una delle due: o tutta la socialdemocrazia russa si riorganizzerà sulle basi del nazionalismo federale, e allora il Bund avrà la possibilità di “assicurarsi” il proletariato ebreo; oppure resterà in vigore il principio territoriale internazionale di queste collettività, e il Bund allora dovrà riorganizzarsi secondo i principi dell’internazionalismo, come avviene nella socialdemocrazia polacca e lettone.

Questo spiega perché fin dal principio il Bund abbia chiesto la “riorganizzazione della socialdemocrazia russa su basi federative” [77] .

Nel 1906, cedendo all’ondata unitaria che veniva dalla base, esso scelse la via di mezzo, entrando nella socialdemocrazia russa. Ma come vi è entrato? Mentre la socialdemocrazia polacca e lettone vi sono entrate per lavorare tranquillamente insieme, il Bund vi è entrato allo scopo di lottare per la federazione. Il dirigente del Bund, Medem, così parlava allora: “Noi vi andiamo non per un idillio, ma per la lotta. Non c’è idillio, e soltanto i Manilov [78] possono sperarlo nel prossimo futuro. Il Bund deve entrare nel partito, armato dalla testa ai piedi” [79] .

Sarebbe un errore attribuire queste parole alla cattiva volontà di Medem. Non si tratta di cattiva volontà, ma della posizione particolare del Bund, a causa della quale esso non può non lottare contro la socialdemocrazia russa, edificata sulle basi dell’internazionalismo. Lottando contro di essa, il Bund, naturalmente, ha danneggiato gli interessi dell’unità. Si è infine arrivati al punto che esso ha rotto formalmente con la socialdemocrazia russa, violando lo statuto e unendosi, nelle elezioni alla IV Duma, con i nazionalisti polacchi contro i socialdemocratici polacchi.

Il Bund, evidentemente, ha creduto che la rottura fosse la miglior garanzia per la sua indipendenza.

Così il “principio” della “distinzione organizzativa” ha avuto come conseguenza il separatismo e la rottura completa.

Polemizzando con la vecchia Iskra [80] a proposito del federalismo, il Bund tempo fa scriveva “L’Iskra vuole convincerci che i rapporti federativi del Bund con la socialdemocrazia russa indeboliranno necessariamente i nostri reciproci legami. Non possiamo confutare questa opinione richiamandoci all’esperienza della Russia, per la semplice ragione che la socialdemocrazia russa non è una associazione federativa. Ma possiamo richiamarci all’esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia in Austria, che ha preso un carattere federativo in base alle decisioni del Congresso del 1897” [81] .

Queste parole sono state scritte nel 1902.

Ma ora siamo nel 1913. Abbiamo adesso l’“esperienza” russa e l’esperienza della socialdemocrazia dell’Austria”.

Che cosa ci dicono l’una e l’altra?

Cominciamo dall’esperienza straordinariamente interessante della socialdemocrazia austriaca. Nel 1896 in Austria c’era ancora un solo partito socialdemocratico. In quell’anno i cechi per primi chiedono al Congresso Internazionale di Londra una rappresentanza separata e la ottengono. Nel 1897, al Congresso di Vienna (Wimberg), il partito unico viene formalmente liquidato e si crea in sua vece un’unione federativa di sei “gruppi socialdemocratici” nazionali. In seguito, questi gruppi si trasformano in partiti indipendenti. A poco a poco questi partiti rompono i legami tra loro. Dopo i partiti, si scinde il gruppo parlamentare, si formano dei “circoli” nazionali. Ai partiti tengono dietro i sindacati e si dividono anche essi per nazionalità. Il movimento si estende perfino alle cooperative: i separatisti cechi invitano gli operai a romperle. Non parliamo neppure del fatto che l’agitazione separatista indebolisce nei lavoratori il sentimento di solidarietà, spingendoli non di rado sulla via del crumiraggio.

Così, l’“esperienza straordinariamente istruttiva della socialdemocrazia austriaca” è contro il Bund, per la vecchia Iskra. Il federalismo nel partito austriaco ha portato al più vergognoso separatismo, alla rottura dell’unità del movimento operaio.

Abbiamo visto sopra che l’“esperienza in Russia” dice la stessa cosa. I separatisti dei Bund, come i cechi, hanno rotto con la comune socialdemocrazia russa. Per quanto riguarda i sindacati, i sindacati del Bund, essi fin dal principio furono organizzati sulla base della nazionalità, cioè separati dagli operai delle altre nazionalità.

Isolamento completo, rottura completa, ecco quello che insegna la “pratica russa” del federalismo.

Non c’è da meravigliarsi che un tale stato di cose si ripercuota sugli operai affievolendone il senso di solidarietà, demoralizzandoli, e che la demoralizzazione penetri anche nel Bund. Alludiamo agli urti sempre più frequenti tra operai ebrei e polacchi a causa della disoccupazione. Ecco quali discorsi si sentivano in proposito alla IX Conferenza del Bund: “... Noi consideriamo gli operai polacchi, che ci soppiantano, come autori di pogrom, come criminali e non sosteniamo i loro scioperi ma li sabotiamo. In secondo luogo, all’imposizione risponderemo con l’imposizione: in risposta al divieto fatto agli operai ebrei di entrare nelle fabbriche, non permetteremo che gli operai polacchi si avvicinino ai telai!... Se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri” [82] (il corsivo è nostro).

Così si parla della solidarietà alla conferenza del Bund.

Come “distinzione” e “isolamento” non è possibile andare oltre. Il Bund ha raggiunto lo scopo: esso spinge gli operai delle diverse nazionalità sino al conflitto, sino al crumiraggio. Non potrebbe essere diversamente “se non prenderemo questa lotta nelle nostre mani, i nostri operai seguiranno gli altri”...

Disorganizzazione del movimento operaio, demoralizzazione nelle file della socialdemocrazia ecco a che cosa conduce il federalismo del Bund.

L’idea dell’autonomia nazionale e l’atmosfera che questa genera si è dunque dimostrata ancor più nociva in Russia che in Austria.

6.    I caucasiani e la Conferenza dei liquidatori

Abbiamo parlato delle deviazioni di una parte dei socialdemocratici del Caucaso, che non hanno resistito alla “epidemia” nazionalistica. Queste deviazioni si sono manifestate nel fatto che i suddetti socialdemocratici hanno seguito - per quanto sembri strano - le orme del Bund, proclamando l’autonomia culturale-nazionale.

Autonomia regionale per tutto il Caucaso e autonomia culturale-nazionale per le nazioni che fanno parte del Caucaso: così formulano la loro rivendicazione questi socialdemocratici, che, sia detto tra parentesi, son legati ai liquidatori russi.

Ascoltiamo uno dei loro capi, il noto N. [83] .

“Tutti sanno che il Caucaso si distingue profondamente dalle province centrali, sia per la composizione razziale della sua popolazione, sia per il territorio e per l’economia agricola. Lo sfruttamento e lo sviluppo materiale dì queste regioni esigono lavoratori dei luogo, che conoscano le particolarità locali e siano abituati al clima e alla cultura locale. E’ necessario che tutte le leggi che perseguono il fine di sfruttare il territorio della regione siano emanate sul posto e siano applicate da forze locali. Per conseguenza, l’emanazione delle leggi concernenti i problemi locali sarà di competenza dell’organo centrale dell’autoammininistrazione del Caucaso... In questa maniera, le funzioni dell’organo centrale del Caucaso consisteranno nell’emanazione di leggi che mirino allo sfruttamento economico del territorio locale, allo sviluppo materiale della regione” [84] .

Dunque: autonomia regionale del Caucaso.

Se si prescinde dalla motivazione addotta da N., alquanto confusa e incoerente, bisogna riconoscere che la sua conclusione è giusta. L’autonomia regionale del Caucaso, funzionante nella cornice della costituzione generale dello stato - cosa che anche N. non nega - è effettivamente necessaria, data la particolare conformazione e le condizioni di vita del Caucaso stesso. Lo ha riconosciuto anche la socialdemocrazia russa che al II Congresso si é pronunciata per l’autoamministrazione regionale in quelle regioni periferiche che per le loro condizioni di esistenza e per la composizione della popolazione differiscono dalle regioni propriamente russe.

Il Martov, nel mettere in discussione questo punto al II Congresso, lo giustifica dicendo che “l’immensità della Russia e l’esperienza del nostro governo centralizzato ci danno motivo di ritenere necessaria e opportuna l’esistenza di un’amministrazione regionale per grandi territori come la Finlandia, la Polonia;, la Lituania e il Caucaso”.

Ne consegue che per autoamministrazione regionale bisogna intendere autonomia regionale.

Ma N. va più in là. Secondo lui, l’autonomia regionale del Caucaso abbraccia “soltanto un lato della questione”.

“Finora abbiamo parlato soltanto dello sviluppo materiale della vita locale. Ma allo sviluppo economico del paese contribuisce non solo l’attività economica, ma anche quella spirituale-culturale... Una nazione forte nel campo della cultura è forte anche nella sfera economica... Ma lo sviluppo culturale di una nazione è possibile solo nella lingua nazionale... Perciò tutte le questioni relative alla lingua materna sono questioni culturali-nazionali. Tali le questioni dell’istruzione, dell’amministrazione della giustizia, della chiesa, della letteratura, dell’arte, della scienza, del teatro, ecc. Se la questione dello sviluppo materiale del paese unisce le nazioni, i problemi nazionali-culturali le separano, chiudendo ciascuna di esse nel suo proprio recinto. L’attività economica è legata ad un territorio ben definito... Non così i problemi culturali-nazionali. Essi non sono legati ad un territorio determinato, ma all’esistenza di una determinata nazione. Le sorti della lingua georgiana interessano ugualmente tutti i georgiani, dovunque vivano. Sarebbe un grande errore dire che la cultura georgiana riguarda solo i georgiani viventi nella Georgia. Prendiamo per esempio la chiesa armena. Alla amministrazione dei suoi affari prendono parte gli armeni di diverse località e di diversi stati. In questo caso il territorio non ha nessuna importanza. Un altro esempio: alla creazione di un museo georgiano sono interessati tanto il georgiano di Tiflis quanto quello di Baku, di Kutais, di Pietroburgo, ecc. Ciò significa che l’amministrazione e la direzione di tutti gli affari culturali-nazionali deve essere lasciata alle nazioni interessate. Noi proclamiamo l’autonomia culturale-nazionale delle nazionalità del Caucaso” [85] .

Insomma, siccome la cultura non é il territorio e il territorio non è la cultura, è necessaria l’autonomia culturale-nazionale. Questo è tutto quello che N. sa dire in favore di quest’ultima.

Non ritorneremo qui ancora una volta sull’autonomia nazionale-culturale in generale: ne abbiamo già rilevato il carattere negativo. Vorremmo soltanto osservare che l’autonomia culturale-nazionale, inutile in generale, è ancor più insensata e assurda dal punto di vista delle condizioni del Caucaso.

Ed ecco perché.

L’autonomia culturale-nazionale presuppone nazionalità più o meno sviluppate, con una cultura ed una letteratura progredite, Senza queste condizioni, l’autonomia perde ogni significato e si trasforma in un’assurdità. Ma nel Caucaso c’è tutta una serie di popolazioni con una cultura primitiva, con una lingua propria, ma senza una propria letteratura; una serie di popolazioni, per giunta, che sono in un periodo di transizione; che in parte si assimilano, in parte si sviluppano invece ulteriormente. Come applicare a queste popolazioni l’autonomia culturale-nazionale? Come comportarsi con queste popolazioni? Come “organizzarle in unioni culturali-nazionali separate, che sono indubbiamente il presupposto dell’autonomia culturale-nazionale?

Come regolarsi con i mingreli, con gli abkasi, con gli adzari, con gli svani, con i lezghini e altri, che parlano lingue diverse, ma non hanno una letteratura propria? A quali nazioni attribuirli? E’ possibile “organizzarli” in unioni nazionali? Intorno a quali “questioni culturali” è possibile “organizzarli”?

Come regolarsi con gli osseti, dei quali i transcaucasici si vanno assimilando ai georgiani (ma sono ancora lontani dall’essersi assimilati), e i ciscaucasici in parte si assimilano ai russi e in parte si sviluppano ancora, dando origine ad una propria letteratura? Come “organizzarli” in un’unica unione nazionale?

A quale unione nazionale attribuire gli adzari, che parlano la lingua georgiana, ma sono di cultura turca e professano la religione musulmana? Non si dovrebbe “organizzarli” separatamente dai georgiani sulla base delle questioni religiose e insieme ai georgiani sulla base delle altre questioni culturali? E i cobuleti? E gli ingusci? E gli inghiloizi?

Che cos’è quest’autonomia che esclude dall’elenco tutta una serie di nazionalità?

No, questa non ‘è una soluzione della questione nazionale, questo è il parto di una fantasia oziosa.

Ma ammettiamo pure l’inammissibile e supponiamo che l’autonomia culturale-nazionale del nostro N. venga realizzata. A che cosa condurrà? A quali risultati? Prendiamo, per esempio, i tartari della Transcaucasia con la loro bassissima percentuale di persone che sappiano leggere e scrivere, con le loro scuole, a capo delle quali stanno gli onnipotenti mullah, con la loro cultura impregnata di spirito religioso... Non è difficile comprendere che organizzarli in un’unione culturale-nazionale significa mettere alla loro testa i mullah, significa lasciarli in balia dei mullah reazionari, significa creare una nuova fortezza per l’asservimento spirituale delle masse tartare al loro peggiore nemico.

Da quando in qua i socialdemocratici portano acqua al mulino dei reazionari?

E’ possibile che i liquidatori del Caucaso non potessero “proclamare” niente di meglio che confinare i tartari della Transcaucasia in un’unione culturale-nazionale destinata ad asservire le masse ai peggiori reazionari?

No, questa non è una soluzione della questione nazionale.

La questione nazionale nel Caucaso può esser risolta solo nel senso di attirare le nazioni e le popolazioni arretrate nell’alveo comune di una cultura superiore. Solo questa soluzione può essere progressiva e può essere accettata dalla socialdemocrazia. L’autonomia regionale del Caucaso può essere accettata perché trascina le nazioni arretrate nel generale sviluppo culturale, le aiuta a uscire dal loro guscio angusto, le spinge in avanti e facilita il loro accesso ai benefici di una cultura più alta. Invece l’autonomia culturale-nazionale agisce in senso addirittura opposto, perché rinchiude le nazioni nel vecchio guscio, le incatena ai gradini più bassi dello sviluppo culturale, impedisce loro di innalzarsi ai gradi più elevati della cultura.

In questo modo l’autonomia nazionale paralizza i lati positivi dell’autonomia regionale, li riduce a zero.

Appunto per questo è inutile anche quel tipo misto di autonomia proposto da N., consistente nel combinare l’autonomia nazionale-culturale con quella regionale. Questa combinazione contro natura non migliora la situazione, ma la peggiora, perché, oltre ad ostacolare lo sviluppo delle nazioni arretrate, trasforma anche l’autonomia regionale in un’arena di scontri tra le nazioni organizzate nelle unioni nazionali.

Così l’autonomia nazionale-culturale, inutile in generale, si trasformerebbe nel Caucaso in un insensato tentativo reazionario.

Tale è l’autonomia culturale-nazionale di N. e dei suoi amici caucasiani.

Il futuro mostrerà se i liquidatori caucasiani faranno ancora “un passo avanti” e seguiranno le orme del Bund anche nella questione organizzativa. Finora nella storia della socialdemocrazia il federalismo organizzativo ha sempre preceduto l’inclusione dell’autonomia nazionale nel programma.

I socialdemocratici austriaci hanno applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897 e solo due anni dopo (1899) hanno approvato l’autonomia nazionale. I bundisti hanno parlato esplicitamente dì autonomia nazionale per la prima volta nel 1901, mentre avevano applicato il federalismo organizzativo fin dal 1897.

I liquidatori caucasiani hanno incominciato dalla fine, dalla autonomia nazionale. Se vorranno spingersi più avanti sulle orme del Bund, dovranno distruggere preventivamente tutto l’attuale edificio organizzativo, costruito alla fine del secolo scorso sulle basi dell’internazionalismo,

Ma se è stato facile approvare l’autonomia nazionale, che per ora non é compresa dagli operai, altrettanto difficile sarà distruggere un edificio costruito nel corso di anni e anni, amato ed esaltato dagli operai di tutte le nazionalità del Caucaso. Basterà accingersi a quest’impresa degna di Erostrato, perché gli operai aprano gli occhi e comprendano l’essenza nazionalistica dell’autonomia culturale-nazionale.

Se i caucasiani risolvono la questione nazionale seguendo i metodi abituali, attraverso dibattiti orali e una discussione sulla stampa, la Conferenza panrussa dei liquidatori [86] ha escogitato un metodo del tutto eccezionale. Ascoltate: “Udita la comunicazione della delegazione del Caucaso... sulla necessità di avanzare la rivendicazione dell’autonomia culturale-nazionale, la Conferenza, senza pronunciarsi sulla sostanza della rivendicazione, constata che tale interpretazione del punto del programma, che riconosce ad ogni nazionalità il diritto di autodecisione, non è in contrasto col preciso significato del programma stesso”.

E così, prima “non si pronuncia sulla sostanza” della questione, e. poi “constata”. Metodo originale..,.

Che cosa mai “constata” questa Conferenza originale?

Che la “rivendicazione” dell’autonomia culturale-nazionale “non è in contrasto col preciso significato” del programma, che riconosce il diritto delle nazioni all’autodecisione.

Esaminiamo questa tesi.

L’articolo sull’autodecisione parla del diritti delle nazioni. Secondo questo articolo, le nazioni hanno diritto non solo alla autonomia, ma anche alla separazione. Si tratta dell’autodecisione politica. Chi volevano ingannare i liquidatori, tentando di interpretare a rovescio questo diritto di autodecisione politica delle nazioni, da tanto tempo affermato da tutta la socialdemocrazia internazionale?

O forse i liquidatori vogliono farla franca ricorrendo a un sofisma: non è vero, dicono, che l’autonomia culturale-nazionale “non è in contrasto” con i diritti delle nazioni? Cioè, se tutte le nazioni di un determinato stato si accordano per organizzarsi secondo i principi dell’autonomia culturale-nazionale, esse (cioè quel certo numero di nazioni) hanno tutto il diritto di farlo e nessuno può costringerle per forza ad un’altra forma di vita politica. Questo è nuovo e intelligente. Perché non aggiungere anche che, in linea generale, le nazioni hanno il diritto di mutare la loro costituzione, di sostituirla con un regime assoluto, di tornare ai vecchi ordinamenti, perché le nazioni e soltanto le nazioni hanno il diritto di decidere il loro destino? Ripetiamo: in questo senso, né l’autonomia culturale-nazionale né qualsiasi forma di reazione nazionale “è in contrasto” con i diritti delle nazioni.

Non voleva dir questo l’onorevole Conferenza?

No, non voleva dir questo. Essa afferma esplicitamente che l’autonomia culturale-nazionale “non è in contrasto” non già con i diritti delle nazioni ma col significato preciso del programma. Non si è parlato dei diritti delle nazioni, ma del programma.

Il perché è chiaro. Se una qualsiasi nazione avesse interpellato la Conferenza dei liquidatori, la Conferenza avrebbe potuto senz’altro constatare che la nazione ha diritto all’autonomia culturale-nazionale. Invece, la Conferenza è stata Interpellata non da una nazione, ma da una “delegazione” di socialdemocratici del Caucaso, di cattivi socialdemocratici, in verità, ma ad ogni modo socialdemocratici. Ed essi non hanno interpellato la Conferenza sui diritti delle nazioni ma le hanno chiesto se l’autonomia culturale-nazionale non è in contraddizione coi principi della socialdemocrazia, e se non è “in contrasto col significato preciso” del programma socialdemocratico.

Dunque, i diritti delle nazioni e il “significato preciso” del programma socialdemocratico non sono la stessa cosa.

Evidentemente ci sono rivendicazioni che pur non essendo in contrasto coi diritti delle nazioni possono esserlo col “significato preciso”, del programma.

Un esempio. Nel programma dei socialdemocratici c’è un punto sulla libertà di culto. Secondo questo punto, ogni gruppo di persone ha il diritto di praticare qualsiasi religione: il cattolicesimo, l’ortodossa, ecc. La socialdemocrazia combatterà ogni forma di repressione religiosa, combatterà le persecuzioni contro ortodossi, cattolici e protestanti. Ma questo significa forse che il cattolicesimo, il protestantesimo, ecc., “non sono in contrasto col significato preciso” del programma? No, non significa questo. La socialdemocrazia protesterà sempre contro le persecuzioni anticattoliche e antiprotestanti, difenderà sempre il diritto delle nazioni a praticare qualsiasi religione, ma nel tempo stesso, partendo da una giusta comprensione degli interessi del proletariato, condurrà un’agitazione sia contro il cattolicesimo che contro il protestantesimo e contro l’ortodossia, allo scopo di preparare il pensiero della concezione socialista.

E farà questo perché il protestantesimo, il cattolicesimo, l’ortodossia, ecc., sono indubbiamente in contrasto col “preciso significato” del programma, cioè contro gli interessi giustamente intesi del proletariato.

Lo stesso si deve dire dell’autodecisione. Le nazioni hanno il diritto di organizzarsi come desiderano, hanno il diritto di conservare qualsiasi loro istituzione nazionale nociva o utile, e nessuno può (non ne ha il diritto!) intervenire con la violenza nella vita di una nazione. Ma questo non significa ancora che la socialdemocrazia non lotterà e non condurrà un’agitazione contro le istituzioni nazionali nocive, contro le rivendicazioni nazionali inadeguate. Al contrario, la socialdemocrazia ha l’obbligo di condurre questa agitazione e di influire sulla volontà delle nazioni in modo che le nazioni si organizzino nella forma meglio rispondente agli interessi del proletariato. Appunto per questo, pur lottando per il diritto delle nazioni all’autodecisione, condurrà nello stesso tempo un’agitazione, per esempio, contro là separazione dei tartari e contro la autonomia culturale-nazionale delle nazioni del Caucaso, perché sia l’una che l’altra, pur non essendo in contrasto con i diritti di quelle nazioni, sono tuttavia in contrasto col “significato preciso” del programma, cioè contro gli interessi del proletariato del Caucaso.

Evidentemente i “diritti delle nazioni” e il “significato preciso” del programma sono due cose completamente diverse. Mentre il “significato preciso” del programma esprime gli interessi del proletariato, scientificamente formulati nel programma di quest’ultimo, i diritti delle nazioni possono esprimere gli interessi di qualsiasi classe: della borghesia, dell’aristocrazia, del clero, ecc., secondo la forza e l’influenza di queste classi. Là i doveri del marxista, qui i diritti delle nazioni che comprendono varie classi. I diritti delle nazioni ed i principi della socialdemocrazia possono essere o non essere “in contrasto”, nello stesso modo che la piramide di Cheope può essere o non essere in contrasto con la famosa Conferenza dei liquidatori. Si tratta semplicemente di cose che non possono essere messe a confronto.

Ma ne consegue che l’onorevole Conferenza ha confuso nella maniera più ingiustificabile due cose completamente diverse. Ne è risultato non una risoluzione sulla questione nazionale, ma una assurdità, in virtù della quale i diritti delle nazioni e i principi della socialdemocrazia non “sono in contrasto” gli uni con gli altri e per conseguenza ogni rivendicazione della nazione può essere confusa con gli interessi del proletariato e quindi nessuna rivendicazione delle nazioni, che aspirano all’autodecisione, può “essere in contrasto col preciso, significato” del programma!

Non si è avuto pietà della logica...

Sulla base di quest’assurdità è nata la decisione ormai celebre della Conferenza dei liquidatori, secondo cui la rivendicazione dell’autonomia culturale-nazionale “non è in contrasto col preciso significato” del programma.

Ma la Conferenza dei liquidatori non ha violato soltanto le leggi della logica.

Sanzionando l’autonomia culturale-nazionale, essa è venuta meno anche al suo dovere verso la socialdemocrazia russa. Essa ha falsato nella maniera più aperta il “significato preciso” del programma, perché è noto che il II Congresso, che approvò il programma, respinse decisamente l’autonomia culturale-nazionale. Ecco quello che si disse a questo proposito al II Congresso:

“Goldblatt (bundista): ... Ritengo necessario creare istituzioni particolari che garantiscano la libertà di sviluppo culturale delle nazionalità e perciò propongo di aggiungere al § 8: “e la creazione di istituzioni che garantiscano la piena libertà di sviluppo culturale”(questa, com’è noto, è la formulazione data dal Bund all’autonomia culturale-nazionale).

Martynov rileva che le istituzioni generali devono essere organizzate in maniera tale, che siano garantiti anche gli interessi particolari. Non è possibile creare nessuna istituzione particolare che garantisca la libertà di sviluppo culturale delle nazionalità.

Jegorov: Sul problema delle nazionalità dobbiamo accogliere solo le proposte negative, vale a dire: noi siamo contro qualsiasi costrizione ai danni delle varie nazionalità. Ma come socialdemocratici diciamo che non è affar nostro se determinate nazionalità si sviluppano in. quanto tali.

Si tratta di un processo spontaneo.

Koltsov: I delegati del Bund si offendono sempre quando si parla del loro nazionalismo. Eppure, l’emendamento proposto dal delegato del Bund ha un carattere nettamente nazionalistico. Ci si chiedono misure nettamente aggressive per sostenere perfino quelle nazionalità che vanno scomparendo”.

... In conclusione, “l’emendamento del Goldblatt viene respinto dalla maggioranza con tre voti contrari”.

E’ dunque chiaro che la Conferenza dei liquidatori si è messa “in contrasto” col significato preciso del programma. Essa ha violato il programma.

I liquidatori tentano ora di giustificarsi, riferendosi al Congresso di Stoccolma, che avrebbe sanzionato l’autonomia culturale-nazionale. Così VI. Kossovski scrive “Come é noto, secondo l’accordo raggiunto al Congresso di Stoccolma, il Bund è stato autorizzato a conservare il suo programma nazionale (fino alla soluzione della questione nazionale al Congresso generale del partito). Questo Congresso ha riconosciuto che l’autonomia culturale-nazionale, in ogni caso, non è in contraddizione col programma generale del partito” [87] .

Ma i tentativi dei liquidatori sono vani. Il Congresso di Stoccolma non ha per nulla pensato di sanzionare il programma del Bund, ha solo consentito a lasciare aperta temporaneamente la questione. L’ostinato Kossovski non ha avuto il. coraggio di dire tutta la verità. Ma i fatti parlano da soli. Eccoli:

“Galin propone un emendamento: “La questione del programma nazionale rimane aperta perché non è stata esaminata dal Congresso, (50 voti a favore, 32 contro).

Una voce: Che cosa vuoi dire: aperta?

Presidente: Se diciamo che la questione nazionale rimane aperta, ciò significa che il Bund può mantenere fino al prossimo congresso la propria decisione su questa questione” [88] (il corsivo è nostro).

Come vedete, il Congresso “non esaminò” neppure la questione dei programma nazionale del Bund; semplicemente, la lasciò “aperta”, dando al Bund stesso facoltà di decidere le sorti del proprio programma fino al prossimo congresso generale. In altri termini: il Congresso di Stoccolma si è disinteressato della questione e non ha dato un apprezzamento sull’autonomia nazionale, né in un senso né nell’altro.

Invece la Conferenza dei liquidatori entra nel merito della questione in una maniera ben precisa, dichiara accettabile l’autonomia culturale-nazionale e la sanziona in nome del programma del partito.

La differenza salta agli occhi.

In tal modo la Conferenza dei liquidatori, malgrado tutte le astuzie, non ha fatto progredire neppure di un passo la questione nazionale.

Scodinzolare davanti al Bund ed ai nazional-liquidatori del Caucaso: ecco tutto quello di cui si è dimostrata capace.

7.    La questione nazionale in Russia

Ci rimane da indicare una soluzione positiva della questione nazionale.

Noi partiamo dalla premessa che la questione può essere risolta solo in stretto legame col momento che attraversa la Russia.

La Russia vive in un periodo di transizione, in cui non si è ancora stabilizzata una “normale” vita “costituzionale”, e non si è ancora risolta la crisi politica. Ci attendono giorni di tempeste e di “complicazioni”. Di qui il movimento in atto e incombente, il movimento che ha come fine la democratizzazione completa.

Anche la questione nazionale deve essere esaminata in relazione a questo movimento.

Dunque, democratizzazione completa del paese come fondamento e condizione della soluzione della questione nazionale.

Nel risolvere la questione nazionale bisogna tener conto non solo della situazione interna, ma anche di quella estera. La Russia si trova tra l’Europa e l’Asia, tra l’Austria e la Cina. Lo sviluppo della democrazia in Asia è inevitabile.

Lo sviluppo dell’imperialismo in Europa non è un fenomeno casuale. In Europa il capitale non ha più spazio sufficiente e si riversa in altri paesi, cercando nuovi mercati, mano d’opera a buon prezzo, nuove sorgenti di profitto. Ma ciò porta a complicazioni estere, alla guerra. Nessuno può dire che la guerra balcanica [89] sia la fine e non il principio di complicazioni. E’ possibilissimo un concorso di circostanze interne ed estere per cui una determinata nazionalità in Russia ritenga necessario porre e risolvere la questione della sua indipendenza. E non è certo compito dei marxisti creare degli ostacoli ad una simile eventualità.

Ne consegue che i marxisti russi non rinunzieranno al diritto delle nazioni all’autodecisione.

Dunque, il diritto di autodecisione come elemento indispensabile per la soluzione della questione nazionale.

Ancora. Come regolarsi con le nazioni che per una ragione o per l’altra preferiranno restare entro uno stato unico?

Abbiamo visto che l’autodecisione culturale-nazionale non serve.

Prima di tutto è artificiosa, non naturale, perché presuppone che siano incluse artificialmente in una sola nazione persone che la vita, la vita effettiva, ha separato e disperso nelle varie regioni periferiche dello stato.

In secondo luogo, fa deviare verso il nazionalismo, perché implica il punto di vista del “raggruppamento” delle persone in curie nazionali, il punto di vista della “organizzazione” delle nazioni, il punto di vista della “conservazione” e dello sviluppo delle “particolarità nazionali” e ciò non conviene affatto alla socialdemocrazia.

Non a caso al Reichstag i separatisti moravi, dopo essersi staccati dai deputati socialdemocratici tedeschi, si sono uniti con i deputati borghesi della Moravia in un unico circolo moravo, per così dire. E non a caso i separatisti russi del Bund si sono impantanati nel nazionalismo, esaltando il “sabato” e il “gergo”. Nella Duma non vi sono ancora deputati del Bund, ma nel campo di azione del Bund c’è una comunità ebraica clerical-reazionaria, nelle cui “istituzioni diligenti” il Bund realizza, per il momento, l’“unione” degli ebrei, operai e borghesi [90] .

Questa è la logica della autonomia culturale-nazionale.

L’autonomia nazionale non risolve dunque la questione.

Qual é allora la via d’uscita?

La sola soluzione giusta è l’autonomia regionale, l’autonomia di determinate unità, come la Polonia, la Lituania, l’Ucraina, il Caucaso, ecc.

La superiorità dell’autonomia regionale sta innanzi tutto nel fatto che, grazie ad essa, non si ha a che fare con una entità fittizia, senza territorio, ma con una popolazione determinata che vive in un determinato territorio.

Inoltre, essa non divide la popolazione per nazioni, non consolida barriere nazionali; al contrario, spezza queste barriere ed unisce 1a popolazione per aprire la strada ad un raggruppamento di altro genere, al raggruppamento di classe.

Infine, offre la possibilità di utilizzare nel modo migliore le ricchezze naturali della regione e di sviluppare le forze produttive senza attendere le decisioni del centro comune, funzioni, tutte queste, estranee all’autonomia culturale-nazionale.

Dunque: autonomia regionale, come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale.

E’ fuor di dubbio che nessuna regione costituisce una unità nazionale compatta, perché in ogni regione esistono delle minoranze nazionali. Tali gli ebrei in Polonia, i lettoni in Lituania, i russi nel Caucaso, i polacchi in Ucraina, ecc. Si può temere, perciò, che le minoranze vengano oppresse dalle maggioranze nazionali. Ma i timori hanno un fondamento solo nel caso in cui il paese conservi i vecchi ordinamenti. Date al paese una democrazia completa, e i timori perderanno ogni ragion d’essere.

C’è chi propone di collegare le minoranze sparse in un’unica unione nazionale. Ma le minoranze non hanno bisogno di una unione artificiale, bensì di diritti reali nel luogo dove vivono. Che cosa può offrir loro una tale unione, se non esiste democrazia completa? Oppure: che bisogno c’è di unione nazionale, se esiste una democrazia completa?

Che cosa particolarmente mette in agitazione le minoranze nazionali?

Le minoranze nazionali sono malcontente non perché non esista un’unione nazionale, ma perché non esiste il diritto di usare la lingua materna. Concedete loro il diritto di usare la lingua materna, e il malcontento sparirà da sé.

Le minoranze sono malcontente non perché non esista un’unione artificiosa, ma perché non esiste una loro scuola. Concedete loro questa scuola e il malcontento perderà ogni ragione d’essere.

Le minoranze sono malcontente non perché non esista un’unione nazionale ma perché non esiste la libertà di coscienza, di trasferimento, ecc. Concedete loro queste libertà ed esse non saranno più malcontente.

Dunque, uguaglianza nazionale di diritti in tutti ì suoi aspetti (lingua, scuola, ecc.) come elemento necessario per la soluzione della questione nazionale. Occorre una legge generale dello stato, emanata sulla base di una completa democratizzazione del paese, che proibisca senza eccezione tutte le forme di privilegi nazionali e qualsiasi oppressione o limitazione dei diritti delle minoranze nazionali.,

In questo, e solo in questo, può consistere la garanzia effettiva, e non sulla carta, dei diritti delle minoranze.

Si può contestare o non contestare l’esistenza di un legame logico tra il federalismo organizzativo e l’autonomia nazionale-culturale. Ma non si può contestare il fatto che quest’ultima crei un’atmosfera propizia per un federalismo sfrenato, che si trasforma in rottura completa, in separatismo. Se i cechi in Austria e i bundisti in Russia, dopo aver incominciato con l’autonomia ed esser passati alla federazione, hanno finito col cadere nel separatismo, non c’è dubbio che in questa faccenda abbia avuto una parte grandissima l’atmosfera nazionalistica che l’autonomia nazionale diffonde naturalmente. Non è un caso che l’autonomia nazionale e la federazione organizzativa vadano a braccetto. E’ anzi naturale. L’una e l’altra rivendicano un raggruppamento sulla base della nazionalità. L’una e l’altra presuppongono un’organizzazione sulla base della nazionalità. L’analogia è fuori dubbio. L a differenza consiste solo in questo, che in base alla prima si divide la popolazione in generale, in base alla seconda si dividono gli operai socialdemocratici.

Sappiamo a che cosa conduce il raggruppamento degli operai per nazionalità: distruzione del partito operaio unico, scissione dei sindacati in base alle nazionalità, acutizzazione dei dissidi nazionali, crumiraggio razionale, demoralizzazione completa nelle file della socialdemocrazia: questi sono i risultati del federalismo organizzativo. La storia della socialdemocrazia in Austria e l’attività del Bund in Russia lo dimostrano eloquentemente,

L’unico mezzo per evitare tutto questo è l’organizzazione secondo i principi dell’internazionalismo,

Unificare sul posto gli operai di tutte le nazionalità della Russia in collettività uniche e compatte, unificare queste collettività in un unico partito: questo è il compito.

Va da sé che una tale organizzazione di partito non esclude ma presuppone una larga autonomia regionale all’interno del partito unico.

L’esperienza del Caucaso dimostra quanto sia conveniente una organizzazione di questo genere. Se i caucasiani sono riusciti a superare gli attriti nazionali tra gli operai armeni e tartari, se sono riusciti a proteggere la popolazione da possibili massacri e sparatorie, se oggi, a Baku, in questo caleidoscopio di gruppi nazionali, non sono più possibili conflitti nazionali, se là si è riusciti a convogliare gli operai nell’alveo unico di un movimento potente, in tutto questo ha avuto una parte non piccola l’organizzazione internazionale della socialdemocrazia del Caucaso.

Il tipo dell’organizzazione non influisce soltanto sul lavoro pratico. Esso imprime un suggello indelebile su tutta la vita spirituale dell’operaio. L’operaio vive la vita della sua organizzazione, in essa si sviluppa spiritualmente e si educa. Recandosi nella sua organizzazione ed incontrandovici sempre con i suoi compagni di altre nazionalità, partecipando insieme a loro a una lotta comune sotto la direzione di una collettività comune, egli si compenetra profondamente dell’idea che gli operai sono, prima di tutto, membri di un’unica famiglia classista, membri di un unico esercito socialista. E questo non può non avere un’immensa importanza educativa per larghi strati della classe operaia.

Perciò l’organizzazione di tipo internazionale è la scuola dei sentimenti di cameratismo, della più grande propaganda internazionalista.

Non si può dire la stessa cosa per l’organizzazione sulla base della nazionalità. Organizzandosi sulla base della nazionalità, gli operai si chiudono nel loro guscio nazionale, divisi l’uno dall’altro da barriere organizzative Si mette in rilievo non ciò che vi è, di comune tra gli operai, ma ciò che li distingue l’uno dall’altro. Qui l’operaio é prima di tutto membro della sua nazione: è ebreo, polacco, ecc. Non c’è da meravigliarsi se il federalismo nazionale nell’organizzazione alimenta negli operai lo spirito del particolarismo nazionale.

Perciò il tipo di organizzazione nazionale è la scuola della ristrettezza e del particolarismo nazionale.

Abbiamo così davanti a noi due tipi di organizzazione differenti in linea di principio: il tipo della compattezza internazionale e il tipo, della “separazione” organizzativa degli operai, secondo le nazionalità.

Finora, i tentativi di conciliare questi due tipi non hanno avuto successo.

Lo statuto conciliatore della socialdemocrazia austriaca, elaborato a Wimberg nel 1897, è rimasto campato in aria. Il partito austriaco è andato in pezzi, trascinando dietro di sé i sindacati. La “conciliazione” si é dimostrata, oltre che utopistica, anche dannosa. Aveva ragione lo Strasser, quando affermava che “il separatismo ha riportato la sua prima vittoria al Congresso di Wimberg” [91] .

La stessa cosa è accaduta in Russia. La “conciliazione” col federalismo del Bund, tentata al Congresso di Stoccolma [92] , è terminata con un fallimento completo.

Il Bund ha rotto il compromesso di Stoccolma. Già all’indomani di Stoccolma il Bund diveniva un ostacolo al processo di fusione degli operai della varie località in un’unica organizzazione che abbracciasse gli operai di tutte le nazionalità. E il Bund ha persistito ostinatamente nella sua tattica separatista malgrado che nel 1905 e nel 1908 la socialdemocrazia russa avesse ripetutamente chiesto che si realizzasse finalmente l’unità dal basso tra gli operai di tutte le nazionalità. Il Bund, che aveva incominciato con l’autonomia nazionale organizzativa, è passato di fatto alla federazione, per finire poi con la rottura completa, con la separazione. Rompendo con la socialdemocrazia russa, ha portato nelle sue file confusione e disorganizzazione. Basti ricordare il caso Iaghello [93] .

Perciò la strada della “conciliazione” dev’essere abbandonata, come utopistica e nociva.

Una delle due: o il federalismo del Bund, e allora la socialdemocrazia russa si organizzerà secondo i principi della “divisione” degli operai secondo la nazionalità; o, l’organizzazione di tipo internazionale, ed allora il Bund si riorganizzerà secondo i principi dell’autonomia territoriale, a somiglianza della socialdemocrazia del Caucaso, della Lettonia e della Polonia, aprendo la strada all’unione immediata degli operai ebrei con gli operai delle altre nazionalità della Russia.

Non c’è via di mezzo: i principi vincono, ma non “si conciliano”.

Dunque: il principio dell’unione internazionale degli operai, come elemento necessario alla soluzione della questione nazionale.


SUI COMPITI DEL PARTITO IN RAPPORTO ALLA QUESTIONE NAZIONALE [94]

1.    Il sistema capitalista e l’oppressione, nazionale.

1) Le nazioni moderne sono il prodotto di un’epoca determinata, l’epoca del capitalismo ascendente. Il processo di liquidazione del feudalesimo e di sviluppo del capitalismo è nello stesso tempo un processo di unione degli uomini in nazioni. Inglesi, francesi, tedeschi, italiani si sono costituiti in stati nazionali durante lo sviluppo vittorioso del capitalismo, trionfante sulla disgregazione del feudalesimo.

2) Là dove la formazione delle nazioni ha coinciso in tutto e per tutto nel tempo con la formazione di stati centralizzati, le nazioni, naturalmente, hanno assunto forma di stati, si sono sviluppate in stati nazionali borghesi indipendenti. Così è avvenuto in. Inghilterra (esclusa l’Irlanda), in Francia, in Italia. Nell’Europa orientale, al contrario, la formazione di stati centralizzati, accelerata da necessità difensive (invasioni dei turchi, dei mongoli, ecc.)., è avvenuta prima della liquidazione del feudalesimo, quindi prima della formazione delle nazioni. Perciò, le nazioni non si sono sviluppate, qui, e non potevano svilupparsi, formando stati nazionali, ma hanno formato un certo numero di stati borghesi misti, plurinazionali, composti di solito da una forte nazione dominante e da altre deboli, sottomesse. Tali sono l’Austria, l’Ungheria, la Russia.

3) Gli stati nazionali del genere della Francia e dell’Italia, che in un primo tempo si erano appoggiati soprattutto alle loro forze nazionali, non conoscevano, in linea di massima, l’oppressione nazionale. Per contro, gli stati plurinazionali organizzati sul predominio di una sola nazione, e più esattamente della sua classe dominante sulle altre nazioni, sono il punto di partenza e l’arena principale dell’oppressione nazionale e dei movimenti nazionali. Le contraddizioni tra gli interessi della nazione dominante e gli interessi delle nazioni soggette sono tali, che l’esistenza stabile di uno stato plurinazionale non è possibile senza la loro soluzione. La tragedia dello stato plurinazionale borghese sta nel fatto che esso non è in grado di risolvere queste contraddizioni, che ogni suo tentativo di “uguagliare” le nazioni e di “tutelare” le minoranze nazionali, mantenendo la proprietà privata e le disuguaglianze di classe, termina di solito in un nuovo insuccesso, in un nuovo inasprimento degli urti tra le nazioni.

4) Lo sviluppo ulteriore del capitalismo in Europa, l’esigenza di nuovi mercati di sbocco, la ricerca di materie prime e di combustibile, infine lo sviluppo dell’imperialismo, l’esportazione del capitale e la necessità di assicurarsi le grandi vie di comunicazione marittime e ferroviarie hanno condotto, da un lato, alla conquista di nuovi territori da parte dei vecchi stati nazionali e alla trasformazione di questi ultimi in stati plurinazionali (coloniali), con l’oppressione nazionale e gli urti tra le nazioni ad essi inerenti (Inghilterra, Francia, Germania, Italia), e, dall’altra, hanno rafforzato tra le nazioni dominanti dei vecchi stati plurinazionali non soltanto la tendenza a mantenere i vecchi confini statali ma anche ad allargarli, sottomettendo nuove (deboli) nazionalità a spese degli stati vicini. In questo modo la questione, nazionale si è ampliata, e in ultima analisi, si fonde, per lo stesso andar delle cose, con la questione generale delle colonie; e l’oppressione nazionale, da questione interna di uno stato si è trasformata in questione internazionale, in questione di lotta (o guerra) tra le “grandi” potenze imperialiste per sottomettere le nazionalità deboli e soggette.

5) La guerra imperialista, che ha scoperto fino alle radici le inconciliabili contraddizioni nazionali e l’interna inconsistenza degli stati borghesi plurinazionali, ha portato a un estremo inasprimento dei conflitti nazionali nell’interno degli stati coloniali vittoriosi (Inghilterra, Francia, Italia), al crollo completo di vecchi stati plurinazionali sconfitti (Austria, Ungheria, Russia nel 1917) e, infine - come soluzione più “radicale” della questione nazionale da parte della borghesia - alla formazione di nuovi stati nazionali borghesi (Polonia, Cecoslovacchia, Jugoslavia, Finlandia, Georgia, Armenia, ecc.). Ma la formazione di nuovi stati nazionali indipendenti non ha realizzato e non poteva realizzare la convivenza pacifica delle nazionalità, non ha eliminato e non poteva eliminare né l’ineguaglianza tra le nazioni né l’oppressione nazionale, poiché i nuovi stati nazionali, che riposano sulla proprietà privata e sulla disuguaglianza di classe, non possono esistere:

a)    senza opprimere le proprie minoranze nazionali (la Polonia, che opprime i bielorussi, gli ebrei, i lituani, gli ucraini; la Georgia, che opprime gli osseti, gli abkhazi, gli armeni; la Jugoslavia, che opprime i croati, i bosniaci, ecc.);

b)   senza allargare il proprio territorio a spese dei vicini, suscitando conflitti e guerre (Polonia contro Lituania, Ucraina, Russia; Jugoslavia contro Bulgaria; Georgia contro Armenia, Turchia, ecc.);

c)    senza sottomettersi alle “grandi” potenze imperialistiche dal punto di vista finanziario, economico e militare.

6) In questo modo, il periodo postbellico mostra un quadro desolante di inimicizie, di ineguaglianza, di oppressione, di conflitti, di guerre tra le nazioni, di brutalità imperialista da parte delle nazioni dei paesi civili, sia nei rapporti reciproci, sia verso i popoli dipendenti da una parte, alcune “grandi” potenze, che opprimono e sfruttano tutta la massa degli stati nazionali dipendenti e “indipendenti” praticamente dipendenti in tutto e per tutto e la lotta di queste grandi potenze tra loro per il monopolio dello sfruttamento degli stati nazionali, dall’altra, la lotta degli stati nazionali dipendenti e “indipendenti” contro l’oppressione intollerabile delle “grandi” potenze; la lotta degli stati nazionali tra loro per l’ampliamento del loro territorio nazionale; la lotta di ogni singolo stato nazionale contro le proprie minoranze nazionali oppresse; infine, l’intensificarsi del movimento di liberazione delle colonie contro le “grandi” potenze e l’inasprirsi dei conflitti nazionali sia nell’interno di queste potenze come nell’interno degli stati nazionali, che includono, di regola, nel loro seno, una serie di minoranze nazionali. Tale il “quadro della pace” lasciatoci in eredità dalla guerra imperialistica.

La società borghese ha fatto fallimento completo per quanto riguarda la soluzione della questione nazionale.

2.    Il sistema sovietico e la libertà nazionale

1) Se la proprietà privata e il capitale dividono inevitabilmente i popoli, fomentano le divergenze nazionali e rafforzano l’oppressione nazionale, altrettanto inevitabilmente la proprietà e il lavoro collettivi avvicinano i popoli, spengono le divergenze nazionali ed eliminano l’oppressione nazionale. L’esistenza del capitalismo senza l’oppressione nazionale è inconcepibile, come è inconcepibile l’esistenza del socialismo senza la liberazione delle nazioni oppresse, senza libertà nazionale. Lo sciovinismo e la lotta nazionale sono inevitabili, finché i contadini (e in generale la piccola borghesia), pieni di pregiudizi nazionalistici, seguono la borghesia, e al contrario la pace nazionale e la libertà nazionale possono considerarsi assicurate se i contadini seguono il proletariato, cioè se la dittatura del proletariato è assicurata. Perciò la vittoria dei soviet e l’instaurazione della dittatura del proletariato sono la condizione fondamentale per eliminare l’oppressione nazionale, per instaurare l’uguaglianza nazionale, per assicurare i diritti delle minoranze nazionali.

2) L’esperienza della rivoluzione sovietica conferma pienamente questa tesi. L’instaurazione del sistema sovietico in Russia e la proclamazione del diritto delle nazioni alla separazione statale hanno rivoluzionato i rapporti tra le masse lavoratrici delle nazionalità della Russia, hanno distrutto la vecchia inimicizia tra le nazioni, hanno tolto ogni base all’oppressione nazionale ed hanno guadagnato agli operai russi la fiducia dei loro fratelli di altre nazionalità non solo in Russia ma anche in Europa e in Asia, hanno portato questa fiducia fino all’entusiasmo, fino alla decisione di battersi per la causa comune. La formazione di repubbliche sovietiche nell’Azerbaigian e in Armenia ha condotto agli stessi risultati, eliminando gli urti tra quelle nazioni e risolvendo la “secolare” inimicizia tra i turchi e gli armeni, tra le masse lavoratrici armene e quelle dell’Azerbaigian. Lo stesso va detto a proposito della temporanea vittoria dei soviet in Ungheria, in Baviera, in Finlandia, in Lettonia. D’altra parte, si può dire con certezza che gli operai russi non avrebbero potuto vincere Kolciak e Dnikin e le repubbliche dell’Azerbaigian e dell’Armenia non avrebbero potuto reggersi in piedi, se non fosse stata liquidata l’inimicizia tra le nazioni e la oppressione nazionale nel loro paese, se non ci fossero stati, nei loro riguardi, la fiducia e l’entusiasmo delle masse lavoratrici delle nazionalità orientali e occidentali. Il consolidamento delle repubbliche sovietiche e l’eliminazione dell’oppressione nazionale rappresentano due aspetti di un unico processo di liberazione dei lavoratori dalla servitù imperialista.

3) Ma l’esistenza di repubbliche sovietiche, anche se di proporzioni insignificanti, è una minaccia mortale. Questa minaccia non consiste soltanto nel fatto che le repubbliche, sovietiche, rompendo con l’imperialismo, si sono trasformate da colonie e semicolonie in stati effettivamente indipendenti e in questo modo hanno privato gli imperialisti di un supplemento di territorio e di entrate supplementari, ma innanzi tutto nel fatto che l’esistenza stessa delle repubbliche sovietiche e ogni passo di queste repubbliche sulla via dell’abbattimento della borghesia e del consolidamento della dittatura del proletariato rappresentano la massima propaganda contro il capitalismo e l’imperialismo, per la liberazione dei paesi dipendenti dalla servitù imperialista, un fattore irresistibile di decomposizione e di disorganizzazione del capitalismo in tutti i suoi aspetti. Di qui l’inevitabilità della lotta tra le “grandi” potenze imperialiste e le repubbliche sovietiche, la tendenza delle “grandi” potenze a distruggere queste repubbliche. La storia della lotta contro la Russia sovietica da parte delle “grandi” potenze, che hanno sollevato contro di essa, uno dopo l’altro, i governi borghesi delle regioni periferiche e gruppi di generali controrivoluzionari, che hanno istituito contro di essa un blocco rigoroso e che cercano in generale di isolarla economicamente, dimostra eloquentemente che, dati gli attuali rapporti internazionali, nelle condizioni dell’accerchiamento capitalistico nessuna repubblica sovietica, presa separatamente, può ritenersi garantita contro l’esaurimento economico e contro la devastazione militare, ad opera dell’imperialismo mondiale.

4) Perciò l’esistenza di singole repubbliche sovietiche è instabile, precaria, data la minaccia da parte degli stati capitalistici. Gli interessi comuni della difesa per le repubbliche sovietiche da una parte, la ricostruzione delle forze produttive distrutte dalla guerra dall’altra, e, infine, la necessità di un aiuto alimentare alle repubbliche sovietiche prive di grano, da parte di quelle che ne hanno, richiedono imperiosamente l’unione statale delle singole repubbliche sovietiche come l’unica via di salvezza dalla servitù imperialista e dall’oppressione nazionale. Le repubbliche nazionali sovietiche, che si sono liberate dalla “propria” e dall’“altrui” borghesia, possono difendere la loro esistenza e vincere le forze unite dell’imperialismo solo unendosi in una stretta unione statale altrimenti non vinceranno.

5) La Federazione delle repubbliche sovietiche, basata sulla comune attività militare ed economica, è quella comune forma di unione statale che dà la possibilità:

a)    di assicurare l’integrità e lo sviluppo economico sia delle singole repubbliche che della federazione nel suo complesso;

b)   di abbracciare tutta la varietà degli usi, della cultura e delle condizioni economiche delle diverse nazioni e popolazioni. che si trovano a differenti gradi di sviluppo e di applicare, in relazione a questi elementi, l’una o l’altra forma federativa;

c)    di organizzare la convivenza pacifica e la fraterna collaborazione delle nazioni e popolazioni che, in un modo o nell’altro, legano il loro destino al destino della federazione. L’esperienza della Russia con l’applicazione di varie forme federative, col passaggio dalla federazione basata sull’autonomia sovietica (Kirghisia, Basckiria, Tartaria, Gori, Daghestan) ad una federazione basata su rapporti regolati da trattati con le repubbliche sovietiche indipendenti (Ucraina, Azerbaigian) e con l’ammissione di gradi intermedi fra queste due forme (Turkestan, Bielorussia) ha confermato completamente che la federazione, come forma generale di unione statale delle repubbliche sovietiche è sufficientemente elastica e raggiunge lo scopo.

6)   Ma la Federazione può essere solida e i risultati della Federazione possono essere effettivi solo se essa sia fondata sulla reciproca fiducia e sul volontario consenso dei paesi che entrano a farne parte. Se la Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa è l’unico paese del mondo in cui sia riuscito l’esperimento della convivenza pacifica e della collaborazione fraterna fra tutta una serie di nazioni e di popolazioni, questo è dovuto al fatto che qui non vi sono né dominatori né oppressi, né metropoli né colonie, né imperialismo né oppressione nazionale: la Federazione è fondata sulla fiducia reciproca e sulla tendenza spontanea delle masse lavoratrici delle diverse nazioni ad unirsi. Questo carattere volontario della Federazione deve essere necessariamente conservato anche per il futuro, perché solo una federazione di questo genere può diventare la forma di transizione verso la più elevata unità dei lavoratori di tutti i paesi in un’economia mondiale, la cui necessità diventa sempre più impellente.

3.    I compiti attuali dei Partito comunista russo

1) La Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa e le repubbliche sovietiche ad essa collegate rappresentano una popolazione di circa 140 milioni di abitanti. Tra questi, i non appartenenti alle nazioni grande-russa sono circa 65 milioni (ucraini, bielorussi, kirghisi, uzbeki, turkmeni, tagiki, azerbaigiani, tartari della regione del Volga, tartari di Crimea, bukhari, khivindi, basckiri, armeni, ceceni, kabardini, osseti, circassi, ingusci, karaciaievi, balkari [95] , calmucchi, careli, avari, darghini, kazikimukhi, kiurini, kumciki [96] , mari, ciuvasci, votiaki, tedeschi della regione dei Volga, buriati, jacuti, ecc.). La politica dello zarismo, la politica dei proprietari fondiari e della borghesia verso questi popoli consisteva nel distruggere nel loro seno i germi di qualsiasi vita statale, nel soffocare la loro cultura, nell’ostacolarne la lingua, nel tenerli nell’ignoranza e, infine, nel russificarli in ogni modo possibile. I risultati di una simile politica sono la mancanza di sviluppo e l’arretratezza politica di questi popoli.

Ora che i proprietari fondiari e la borghesia sono stati abbattuti e che anche in questi paesi le masse popolari hanno proclamato il potere sovietico, il compito del partito consiste nell’aiutare le masse lavoratrici dei popoli non grandi-russi a raggiungere la Russia centrale più progredita, nell’aiutarle:

a)    a sviluppare e rafforzare all’interno lo stato sovietico nelle forme corrispondenti alle caratteristiche nazionali di questi popoli;

b)   a organizzare all’interno tribunali, amministrazione, organi economici, organi del potere, che esplichino la loro attività nella lingua materna e che siano costituiti da persone del luogo, che conoscano il modo di vivere e la psicologia della popolazione locale;

c)    a sviluppare la stampa, la scuola, il teatro, i clubs e in genere le istituzioni di istruzione e di cultura, nella lingua materna.

2) Se dai 65 milioni di popolazione non grande-russa si escludono l’Ucraina, la Bielorussia, una parte insignificante dell’Azerbaigian, l’Armenia, che hanno avuto un periodo di capitalismo industriale più o meno sviluppato, rimane una popolazione di circa 30 milioni di anime in prevalenza turca (Turkestan, gran parte dell’Azerbaigian, il Daghestan, i Gori, i tartari, i basckiri, i kirghisi, ecc.) che non ha ancora attraversato la fase di sviluppo capitalistico, non ha o non ha quasi un proprio proletariato industriale e ha conservato nella massima parte dei casi un’economia fondata sulla pastorizia e un modo di vivere patriarcale (Kirghisia, Basckiria, Caucaso settentrionale) e non ha superato forme rudimentali di vita semipatriarcale o semifeudale (Azerbaigian, Crimea, ecc.), ma è già stata attirata nell’alveo comune dello sviluppo sovietico.

Il compito del partito verso le masse lavoratrici di questi popoli (oltre a quello indicato al punto 1) consiste nell’aiutarle a liquidare le sopravvivenze dei rapporti patriarcali-feudali e a dare un contributo all’edificazione dell’economia sovietica sulla base dei soviet di contadini e braccianti, creando tra queste popolazioni solide organizzazioni comuniste capaci di utilizzare l’esperienza degli operai e contadini russi nel campo dell’edificazione economica sovietica e capaci nel tempo stesso di tener conto, nel loro lavoro di costruzione, di tutte le particolarità della concreta situazione economica, della struttura di classe, della cultura, del modo di vivere di ogni nazionalità, evitando di trapiantare meccanicamente le misure economiche della Russia centrale, adatte soltanto per un grado diverso, più elevato, di sviluppo economico.

3) Se dai 30 milioni di popolazione prevalentemente turca si escludono l’Azerbaigian, una gran parte del Turchestan, i tartari (della regione del Volga e della Crimea), Bukhara, Kiva, il Daghestan, una parte dei gori (i kabardini, i circassi. i balkari, ecc.) e alcune altre popolazioni che sono già sedentarie e stabilmente fissate in un determinato territorio, rimangono circa 10 milioni di kirghisi, bosckiri, ceceni, osseti, ingusci, le cui terre hanno servito fino a questi ultimi tempi per la colonizzazione ad opera di immigrati russi, che erano già riusciti a prendersi i pascoli migliori e cacciavano sistematicamente gli indigeni negli aridi deserti. La politica dello zarismo, la politica dei proprietari fondiari e della borghesia, consisteva nello stabilire in queste regioni il maggior numero possibile di kulak, presi tra i contadini russi e cosacchi, facendone un appoggio sicuro per le loro aspirazioni da grande potenza. Risultato di quella politica è stata la graduale estinzione degli indigeni, costretti a vivere nei luoghi più inospitali (kirghisi, basckiri).

Il compito del Partito verso le masse lavoratrici di queste popolazioni, (oltre ai compiti indicati al punti 1 e 2) consiste nel fare in modo che esse uniscano i loro sforzi agli sforzi delle masse lavoratrici della popolazione russa locale nella lotta per liberarsi dai kulak in generale e dai rapaci kulak grandi-russi in particolare, nell’aiutarle con tutte le forze e con tutti i mezzi a scrollarsi dalle spalle i kulak colonizzatori e nell’assicurare così a queste masse lavoratrici le terre fertili, necessarie per un’esistenza umana.

4) Oltre alle nazioni e alle popolazioni citate sopra, che hanno una determinata struttura di classe e che occupano un territorio determinato, nei confini della Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa esistono ancora degli sparsi gruppi nazionali nomadi, alcune minoranze nazionali, disseminate fra maggioranze compatte di altre nazionalità e che nella maggior parte dei casi non hanno né una struttura di classe determinata né un territorio determinato (lettoni, estoni, polacchi. ebrei, ecc.). La politica dello zarismo consisteva nell’eliminare queste minoranze con tutti i mezzi, fino al pogrom (i pogrom contro gli ebrei).

Ora che i privilegi nazionali sono stati eliminati, che l’uguaglianza delle nazionalità è entrata nella pratica e il diritto delle minoranze nazionali a un libero sviluppo nazionale è garantito dal carattere stesso della struttura sovietica, il compito dei Partito verso le masse lavoratrici di questi gruppi nazionali consiste nell’aiutarli ad esercitare pienamente questo diritto al libero sviluppo che è stato loro assicurato.

5) Lo sviluppo delle organizzazioni comuniste nelle regioni periferiche procede in condizioni alquanto particolari, che frenano l’incremento normale del partito in queste regioni. Da una parte, i comunisti grandi-russi che lavorano nelle regioni periferiche, cresciuti nelle condizioni di esistenza di una nazione “potente” senza conoscere l’oppressione nazionale, non di rado, nel lavoro di partito, sottovalutano l’importanza delle particolarità nazionali o non le prendono affatto in considerazione, non tengono conto nel loro lavoro delle particolarità della struttura di classe, della cultura, del modo di vivere, del passato storico della nazionalità in questione, dando così un’interpretazione volgare alla politica del partito in rapporto alla questione nazionale e deformandola. Questa circostanza porta ad una deviazione dal comunismo nel senso dello sciovinismo grande-russo, Colonizzatore di grande Potenza. D’altra parte, i comunisti del luogo, sopravvissuti al penoso periodo dell’oppressione nazionale e non ancora del tutto liberi dall’incubo di quest’oppressione, esagerano spesso l’importanza delle particolarità nazionali nel lavoro di partito, lasciando in ombra gli interessi di classe dei lavoratori, oppure confondono semplicemente gli interessi dei lavoratori della loro nazione con gli interessi “nazionali generali” della nazione stessa, non sapendo distinguere quelli da questi ultimi e non sapendo organizzare il lavoro di partito sulla base dei primi. Questa circostanza, a sua volta, porta ad una deviazione dal comunismo nel senso del nazionalismo democratico-borghese, che assume talora la forma di panislamismo, panturchismo (in Oriente).

Il Congresso, condannando decisamente queste due deviazioni come dannose e pericolose per la causa del comunismo, ritiene necessario additare il carattere particolarmente pericoloso e nocivo della prima deviazione, la deviazione nel senso della politica colonizzatrice, da grande potenza. Il Congresso rammenta che se non si superano nelle file del partito le sopravvivenze colonizzatrici e nazionalistiche non si possono costituire nelle regioni periferiche organizzazioni effettivamente comuniste, solide e legate alle masse, che uniscano nelle loro file gli elementi proletari della popolazione indigena e russa sulla base dell’internazionalismo. Il Congresso ritiene perciò che la liquidazione, delle deviazioni nazionalistiche, e in primo luogo di quelle colonizzatrici, tra i comunisti, sia uno dei più importanti compiti del partito nelle regioni periferiche.

6) In relazione ai successi sui fronti di guerra, soprattutto dopo la liquidazione di Wrangel, in certe regioni periferiche arretrate che non hanno o non hanno quasi un proletariato industriale, è aumentata la tendenza degli elementi piccolo-borghesi nazionalisti a entrare nel partito per far carriera. Questi elementi, considerando la posizione del partito come quella di un’effettiva forza di governo, si verniciano abitualmente con una tinta di comunismo e non di rado entrano nel partito a interi gruppi, portandovi un malcelato spirito di sciovinismo e di disgregazione, mentre le organizzazioni di partito, generalmente deboli nelle regioni periferiche, non sono sempre in grado di resistere alla tentazione di “allargare” il partito con nuovi membri.

Facendo appello per una lotta decisiva contro tutti i falsi elementi comunisti, che si infiltrano nel partito del proletariato, il Congresso mette in guardia il Partito contro l’“allargamento” con elementi intellettuali nazionalisti piccolo-borghesi. Il Congresso ritiene che il reclutamento nel partito debba farsi, nelle regioni periferiche, soprattutto fra i proletari, gli elementi poveri e contadini lavoratori di queste regioni periferiche, e che si debba lavorare, nello stesso tempo, a rafforzare le organizzazioni di partito nelle regioni periferiche, mediante un miglioramento della loro composizione qualitativa.


I COMPITI ATTUALI DEL PARTITO IN RAPPORTO ALLA QUESTIONE NAZIONALE [97]

In questo momento mi viene trasmesso un biglietto, nel quale mi si domanda di rispondere agli articoli del compagno Cicerin, articoli che ho letto con grande attenzione [98] . Compagni, io credo che dagli articoli stessi non si possa ricavare altro che della letteratura. Vi si trovano quattro errori o malintesi. In primo luogo, il compagno Cicerin è propenso a negare che esistano delle contraddizioni tra gli stati imperialisti, sopravvalutando l’unione internazionale degli imperialisti e dimenticando, sottovalutando, le contraddizioni interne fra gruppi e stati imperialisti, contraddizioni che esistono e generano la guerra (Francia, America, Inghilterra, Giappone e altri). Egli ha sopravvalutato il fattore unione dei gruppi imperialistici più elevati e ha sottovalutato le contraddizioni che esistono all’interno di questi trust. Eppure queste contraddizioni esistono, e su di esse è basata l’attività del Commissariato del Popolo per gli Affari esteri. Inoltre il compagno Cicerin commette un secondo errore. Sottovaluta le contraddizioni che esistono fra le grandi potenze dominanti e gli stati nazionali che si sono costituiti recentemente: Cecoslovacchia, Polonia, Finlandia, ecc., e che si trovano, in uno stato di dipendenza finanziaria e militare da quelle grandi potenze. Il compagno Cicerin ha completamente dimenticato che, nonostante la dipendenza di questi stati nazionali dalle grandi potenze o, più esattamente, grazie a questa dipendenza, vi sono delle contraddizioni fra le grandi potenze e questi stati; contraddizioni che si sono manifestate, per es., nelle trattative con la Polonia, con l’Estonia, ecc. L’esistenza del Commissariato del Popolo per gli Affari esteri ha un senso in quanto esso studia tutte queste contraddizioni, si basa su di esse, si destreggia nel quadro di queste contraddizioni. Il compagno Cicerin ha sottovalutato questo elemento in una maniera sorprendente. Il terzo errore del compagno Cicerin consiste nel parlare troppo dell’autodecisione delle nazioni, la quale, effettivamente, si è trasformata in una parola d’ordine vuota, adoperata dagli imperialisti a loro vantaggio. Il compagno Cicerin ha dimenticato in modo strano che già da due anni avevamo abbandonato questa parola d’ordine. Questa parola d’ordine non è più nel nostro programma. Nel nostro programma si parla non di autodecisione della nazione, parola d’ordine assolutamente vaga, ma di una parola d’ordine più esatta e ben definita: del diritto dei popoli alla separazione statale. Sono due cose diverse. Stranamente il compagno Cicerin non tiene conto nei suoi articoli di questo elemento e, in conseguenza, tutte le sue obiezioni contro una parola d’ordine diventata vaga prendono il carattere di un fuoco d’artificio, perché, né io, né le mie tesi, né il programma del partito alludono all’autodecisione neppure con una parola. Qui si parla solo del diritto dei popoli alla separazione statale. Ma questa parola d’ordine, nel momento attuale, in cui il movimento di liberazione divampa nelle colonie, è una parola d’ordine rivoluzionaria. Quanto agli stati sovietici, giacché essi si uniscono in una federazione volontaria, il diritto alla separazione rimane inutilizzato, per volontà degli stessi popoli che entrano nella Repubblica Socialista Federativa Sovietica Russa. E poiché abbiamo a che fare con le colonie che si trovano nella morsa dell’Inghilterra, della Francia, dell’America, del Giappone, poiché abbiamo a che fare con paesi oppressi come l’Arabia, la Mesopotamia, la Turchia, l’Indostan, cioè con paesi che sono colonie dell’Intesa, la parola d’ordine del diritto dei popoli alla separazione è rivoluzionaria, e ripudiarla significa fare il giuoco dell’Intesa. Il quarto malinteso è l’assenza di indicazioni pratiche negli articoli del compagno Cicerin. Scrivere articoli, certo, è facile, ma per poterli intitolare Contro le tesi del compagno Stalin bisogna mettervi qualche cosa di serio, almeno delle controproposte pratiche. Invece, non ho trovato nei suoi articoli neppure una proposta pratica che valesse la pena di ascoltare.

Ho finito, compagni, siamo giunti alle seguenti conclusioni. La società borghese si è dimostrata non solo incapace di risolvere la questione nazionale, ma, al contrario, con i suoi tentativi di “risolverla”, ha allargato la questione nazionale nella questione coloniale ed ha creato contro di sé un nuovo fronte, che si estende dall’Irlanda all’Indostan. L’unico stato capace di porre e risolvere la questione nazionale è lo stato che riposa sulla proprietà collettiva dei mezzi e degli strumenti di produzione, lo stato sovietico. Nello stato federativo sovietico non ci sono più nazionalità oppresse né dominanti, l’oppressione nazionale è eliminata, ma data l’ineguaglianza di fatto (culturale, economica, politica) fra le nazionalità più colte e meno colte, ereditata dal vecchio ordine borghese, la questione nazionale prende una forma che richiede l’elaborazione di misure che facilitino il progresso economico, politico, culturale delle masse lavoratrici delle nazionalità arretrate e diano loro la possibilità di raggiungere la Russia centrale proletaria più progredita. Di qui derivano quelle proposte pratiche che costituiscono il contenuto della terza parte delle tesi da me proposte sulla questione nazionale.

Discorso di chiusura

Compagni il tratto più caratteristico dell’attuale Congresso, per quanto riguarda la discussione sulla questione nazionale, è il fatto che noi siamo passati, attraverso una nuova divisione amministrativa della Russia, dalle dichiarazioni sulla questione nazionale all’impostazione pratica della questione. All’inizio della Rivoluzione d’Ottobre ci eravamo limitati a una dichiarazione sul diritto dei popoli alla separazione. Nel 1918 e 1920 abbiamo lavorato sulla linea di una nuova divisione amministrativa della Russia secondo le caratteristiche nazionali nell’interesse del ravvicinamento delle masse lavoratrici dei popoli arretrati al proletariato della Russia. Ed ora, in questo Congresso, poniamo la questione su un terreno puramente pratico per stabilire quale debba essere la politica del partito verso le masse lavoratrici e gli elementi piccolo-borghesi nell’interno delle regioni autonome e delle repubbliche indipendenti, collegate con la Russia. Perciò le dichiarazioni del compagno Zatonski, che le tesi che vi vengono sottoposte hanno un carattere astratto, mi hanno colpito; ho nelle mani le sue tesi, che egli, chissà perché, non ha proposto all’attenzione del Congresso, nelle quali non sono riuscito a trovare neppure una proposta di carattere pratico, neppure una letteralmente, ad eccezione, del resto, della sola proposta che la denominazione “Repubblica Socialista Federativa Sovietica della Russia” sia mutata con la denominazione “Repubblica Orientale Europea” e le parole “della Russia” con la parola “russa” o “grande-russa”. Altre proposte pratiche nelle sue tesi non ne ho trovate.

Passo ora alla seconda questione. Devo dichiarare che mi aspettavo di più dai delegati che sono intervenuti. In Russia si contano ventidue regioni periferiche; alcune di queste regioni hanno una forte impronta industriale e si distinguono poco dalla Russia dal punto di vista industriale; altre non hanno ancora attraversato la fase del capitalismo e si distinguono radicalmente dalla Russia centrale; altre ancora sono del tutto primitive. Non è possibile abbracciare in alcune tesi tutta questa multiformità delle regioni periferiche nella sua concretezza. Non è possibile pretendere che delle tesi, che valgono per tutto il partito nel suo complesso, abbiano un carattere adatto solo al Turkestan o all’Azerbaigian o all’Ucraina. E’ necessario scegliere includere nelle tesi i tratti caratteristici comuni a tutte le regioni periferiche, prescindendo dalle particolarità; non esistono altri metodi per elaborare le tesi. E’ necessario dividere le nazionalità: i non grandi-russi in alcuni gruppi, come è stato fatto nelle tesi. Le nazionalità non russe rappresentano circa 65 milioni di abitanti. Il tratto caratteristico comune a tutte queste nazionalità non russe consiste nel fatto che esse sono arretrate rispetto alla Russia centrale, dal punto di vista del loro sviluppo statale. Il nostro compito è di impiegare tutte le forze per aiutare queste nazionalità, i loro elementi proletari, lavoratori, a sviluppare lo stato sovietico nella propria lingua.

Questo è stato inserito nelle tesi in generale, nella loro parte pratica. Inoltre, se procediamo sulla via di un’ulteriore concretizzazione delle particolarità delle regioni periferiche, bisogna stralciare, dal totale di circa 65 milioni di abitanti non russi, 30 milioni di abitanti turchi, che non sono ancora passati alla fase del capitalismo. Il compagno Mikoian non ha ragione, quando dice che l’Azerbaigian sotto certi rapporti è superiore alle province russe. Egli, evidentemente, scambia Baku per l’Azerbaigian, ma Baku non è sorta dal seno dell’Arzebaigian, è stata costruita dall’alto, dagli sforzi di Nobel, di Rothschild, di Wischau e altri. Per quanto riguarda il vero Azerbaigian, questo è un paese di rapporti patriarcali-feudali arretratissimi. Perciò includo l’Azerbaigian, nel suo complesso, in quel gruppo di regioni periferiche che non hanno attraversato la fase del capitalismo e alle quali è necessario applicare metodi particolari per attrarle nell’alveo dell’economia sovietica. Di questo nelle tesi si è parlato. Poi c’è un terzo gruppo che abbraccia non più di 8 o 10 milioni di abitanti: sono in prevalenza tribù nomadi di pastori nelle quali vige ancora la vita naturale e che non sono ancora passate all’economia agricola. Questi sono principalmente i kirghisi, la parte settentrionale del Turkestan, i basckiri, i ceceni, gli osseti, gli ingusci. Per quanto riguarda questi gruppi di nazionalità, è necessario prima di tutto assicurare loro la terra necessaria. Qui ai kirghisi non è stata data la parola; si è chiusa la discussione. Essi avrebbero parlato ancora di più dei tormenti che soffrono la lontana Basckiria, la Kirghisia e i gori. Ma quello che ha detto su questo argomento Safarov riguarda solo gruppi di popolazione di 8 10 milioni. Perciò è inconcepibile estendere a tutte le regioni periferiche le proposte pratiche del compagno Safarov, perché questi emendamenti non hanno nessun significato per le rimanenti nazionalità non russe, che contano circa 55 milioni di abitanti. Ecco perché io, pur senza obiettare nulla alle concretizzazioni, alle aggiunte ed ai miglioramenti introdotti da Safarov ai singoli punti e che si riferiscono a certi gruppi di nazionalità, devo dire che non bisogna generalizzare questi emendamenti. Inoltre, devo fare un’osservazione circa un emendamento del compagno Safarov. In uno dei suoi emendamenti è scivolata l’espressione “autodecisione culturale-nazionale”.

“Fino alla Rivoluzione d’Ottobre - vi si dice - i popoli coloniali e semicoloniali delle regioni periferiche orientali della Russia, grazie alla politica imperialistica, erano privi di ogni possibilità di contribuire alle conquiste culturali della civiltà capitalistica per mezzo di una propria autodecisione culturale-nazionale, di un’istruzione nella propria lingua”, ecc.

Devo dire che non posso accogliere quest’emendamento, perché sa di bundismo. L’autodecisione culturale nazionale è una formulazione bundista. Da tempo abbiamo rigettato le nebulose parole d’ordine dell’autodecisione e non è necessario riesumarle. Inoltre, tutta questa frase rappresenta un agglomerato di parole quanto mal artificioso.

Ho qui un’osservazione: che noi comunisti costruiremmo artificialmente la nazionalità bielorussa. E’ inesatto, perché la nazione bielorussa esiste, ha una propria lingua diversa dalla russa e per conseguenza la cultura del popolo bielorusso può essere elevata soltanto nella propria lingua. Discorsi di questo genere si sono sentiti cinque anni fa a proposito dell’Ucraina, della nazionalità ucraina. Ancora recentemente si diceva che la repubblica ucraina e la nazionalità ucraina erano un’invenzione dei tedeschi. Invece, è chiaro che la nazionalità ucraina esiste e che lo sviluppo della sua cultura è un dovere dei comunisti. Non si può andare contro la storia. E’ chiaro che se, nelle città dell’Ucraina, predominano ancora elementi russi, col passar del tempo queste città si ucrainizzeranno inevitabilmente. Quarant’anni fa, Riga sembrava una città tedesca, ma poiché le città si sviluppano a spese delle campagne e la campagna é la conservatrice della nazionalità, ora Riga é una città lituana. Cinquant’anni fa tutte le città dell’Ungheria avevano un carattere tedesco, ora si sono magiarizzate. Lo stesso accadrà con la Bielorussia, nelle città in cui predominano ancora i non bielorussi.

Terminando il mio discorso di chiusura, propongo al Congresso di eleggere una commissione della quale facciano parte i rappresentanti delle regioni, allo scopo di concretare ulteriormente le proposte pratiche delle tesi che interessano tutto le nostre regioni periferiche.


LA QUESTIONE NAZIONALE [99]

Di questo tema tratterò due questioni principali:

a)    la impostazione del problema,

b)   il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria.

1)   Impostazione del problema. Nel corso degli ultimi due decenni, la questione nazionale ha subito una serie di modificazioni della più grande importanza. La questione nazionale nel periodo della II Internazionale e la questione nazionale nel periodo del leninismo sono ben lontane dall’essere la stessa cosa. Esse differiscono profondamente l’una dall’altra, non solo per l’ampiezza, ma anche per il loro carattere intrinseco.

Prima, la questione nazionale si riduceva di solito a un gruppo ristretto di problemi che riguardavano, per lo più, le nazioni “civili”. Irlandesi, ungheresi, polacchi, finlandesi, serbi e alcune altre nazionalità dell’Europa: questo era il gruppo di popoli, privati dell’eguaglianza di diritti, delle cui sorti s’interessavano gli eroi della II Internazionale. Decine e centinaia di milioni di uomini appartenenti ai popoli dell’Asia e dell’Africa, che subivano il giogo nazionale nelle sue forme più brutali e più feroci, di solito non venivano presi in considerazione. Non ci si decideva a mettere sullo stesso piano bianchi e negri, “civili” e “non civili”. Due o tre risoluzioni agrodolci e vuote, che si sforzavano con cura di eludere il problema della liberazione delle colonie, ecco tutto quello di cui potevano vantarsi gli uomini della II Internazionale. Oggi, questa doppiezza e queste mezze misure, nella questione nazionale, si debbono considerare come liquidate. Il leninismo ha smascherato questa disparità scandalosa: ha abbattuto la barriera che separava bianchi e negri, europei e asiatici, schiavi dell’imperialismo “civili” e “non civili”, collegando, in questo modo, il problema nazionale al problema delle colonie. Così la questione nazionale si è trasformata, da questione particolare interna di uno stato singolo, in questione. generale e internazionale, è diventata il problema mondiale della liberazione dal giogo dell’imperialismo dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie.

Prima, il principio dell’autodecisione delle nazioni di solito veniva interpretato in modo erroneo, venendo ridotto non di rado al diritto delle nazioni all’autonomia. Alcuni capi della II Internazionale erano persino giunti a trasformare il diritto all’autodecisione nel diritto all’autonomia culturale, cioè nel diritto delle nazioni oppresse di avere le loro proprie istituzioni culturali, lasciando tutto il potere politico nelle mani della nazione dominante. Questo fatto aveva come conseguenza che l’idea dell’autodecisione correva il rischio di cambiarsi da strumento di lotta contro le annessioni in un mezzo per giustificare le annessioni. Oggi, questa confusione si deve considerare come superata.

Il leninismo ha ampliato il concetto dell’autodecisione, interpretandolo come diritto dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e delle colonie alla separazione completa, diritto delle nazioni a esistere come stato indipendente. In questo modo è stata esclusa la possibilità di giustificare le annessioni interpretando il diritto all’autodecisione come diritto all’autonomia. Quanto al principio dell’autodecisione, esso è stato trasformato, in questo modo, da strumento per ingannare le masse quale fu senza dubbio nelle mani dei socialsciovinisti durante la guerra imperialista mondiale, in strumento per smascherare tutte le bramosie imperialistiche e le macchinazioni sciovinistiche di ogni genere, in uno strumento di educazione politica delle masse nello spirito dell’internazionalismo.

Prima, il problema delle nazioni oppresse veniva considerato, di solito, come un problema puramente giuridico. Proclamazione solenne dell’“eguaglianza nazionale”, dichiarazioni innumerevoli sull’“eguaglianza delle nazioni”: ecco di che cosa si accontentavano i partiti della II Internazionale, mentre tenevano nascosto il fatto che, sotto l’imperialismo, quando un gruppo di nazioni (la minoranza) vive dello sfruttamento di un altro gruppo di nazioni, l’“eguaglianza delle nazioni” non è che una presa in giro dei popoli oppressi. Oggi questa concezione giuridicoborghese della questione nazionale si deve considerare come smascherata. Dalle altezze delle dichiarazioni pompose il leninismo ha fatto scendere la questione nazionale sulla terra, affermando che le dichiarazioni sull’“eguaglianza delle nazioni”, non corroborate con l’appoggio diretto da parte dei partiti proletari della lotta di liberazione dei popoli oppressi, sono soltanto delle dichiarazioni vuote e menzognere. In questo modo il problema delle nazioni oppresse è diventato il problema dell’appoggio, dell’aiuto effettivo e continuo alle nazioni oppresse nella loro lotta contro l’imperialismo, per l’eguaglianza reale delle nazioni, per la loro esistenza come stato indipendente.

Prima la questione nazionale veniva considerata, in modo riformista, come una questione a sé stante, indipendente, senza rapporto con la questione generale del potere del capitale, dell’abbattimento dell’imperialismo della rivoluzione proletaria. Si ammetteva tacitamente che la vittoria del proletariato in Europa fosse possibile senza una alleanza diretta con il movimento di liberazione nelle colonie, che la questione nazionale e coloniale potesse venir risolta in sordina, “automaticamente”, all’infuori della grande via della rivoluzione proletaria, senza una lotta rivoluzionarla contro l’imperialismo. Oggi questo punto di vista controrivoluzionario si deve considerare come smascherato. Il leninismo ha provato, e la guerra imperialista e la rivoluzione in Russia hanno confermato, che la questione nazionale può essere risolta soltanto in legame con la rivoluzione proletaria e sul suo terreno, che la via della vittoria della rivoluzione in Occidente passa attraverso l’alleanza rivoluzionarla col movimento antimperialistico di liberazione delle colonie e dei paesi dipendenti. La questione nazionale è parte della questione generale della rivoluzione proletaria, parte della questione della dittatura, del proletariato.

Il problema si pone così: sono già esaurite, oppure no, le possibilità rivoluzionarle esistenti in seno al movimento rivoluzionarlo di liberazione dei paesi oppressi, o se non sono esaurite, esiste una speranza, una ragione di utilizzare queste possibilità per la rivoluzione proletaria, di fare, dei paesi dipendenti e coloniali non più una riserva della borghesia imperialista, ma una riserva del proletariato rivoluzionario, un suo alleato?

Il leninismo risponde a questa domanda affermativamente, cioè nel senso di riconoscere l’esistenza di capacità rivoluzionarie in seno al movimento di liberazione nazionale dei paesi oppressi e nel senso di ritenere possibile utilizzarle nell’interesse del rovesciamento del nemico comune, l’imperialismo. Il meccanismo di sviluppo dell’imperialismo, la guerra imperialista e la rivoluzione in Russia confermano pienamente le conclusioni del leninismo a questo proposito.

Di qui la necessità dell’appoggio, dell’appoggio deciso e attivo, da parte del proletariato, al movimento di liberazione nazionale dei popoli oppressi e dipendenti.

Ciò non vuol dire, naturalmente, che il proletariato debba appoggiare qualsiasi movimento nazionale, sempre e dappertutto, in tutti i singoli casi concreti. Si tratta di appoggiare quei movimenti nazionali che tendono a indebolire, ad abbattere l’imperialismo e non a consolidarlo e a conservarlo. Vi sono dei casi in cui i movimenti nazionali di singoli paesi oppressi cozzano con gli interessi dello sviluppo del movimento proletario. Si capisce che in questi casi non si può parlare di appoggio. La questione dei diritti delle nazioni non é una questione isolata e a sé stante, ma è una parte della questione generale della rivoluzione proletaria, è una parte subordinata al tutto ed esige di essere considerata da un punto di vista d’assieme. Marx, tra il 1840 e il 1850, era favorevole al movimento nazionale dei polacchi e degli ungheresi, e contrario al movimento nazionale dei cechi e degli slavi del Sud. Perché? Perché i cechi e gli slavi del Sud erano allora “popoli reazionari”, “avamposti russi” in Europa, avamposti dell’assolutismo, mentre polacchi e ungheresi erano “popoli rivoluzionari” in lotta contro l’assolutismo. Perché l’appoggio del movimento nazionale dei cechi e degli slavi del Sud avrebbe significato allora appoggio indiretto dello zarismo, il più pericoloso nemico del movimento rivoluzionario in Europa.

“Le singole rivendicazioni della democrazia - dice Lenin - compresa l’autodecisione, non sono un assoluto, ma una particella dell’assieme del movimento democratico (e oggi: dell’assieme del movimento socialista) mondiale. E’ possibile che in singoli casi determinati la particella sia in contraddizione col tutto, e allora bisogna respingerla”. (Bilancio della discussione sull’autodecisione, vol. XIX, pp. 257258).

Così si presenta la questione dei movimenti nazionali singoli e dell’eventuale carattere reazionario di questi movimenti se, naturalmente, non si considerano questi movimenti da un punto di vista formale, dal punto di vista dei diritti astratti, ma, concretamente, dal punto di vista degli interessi del movimento rivoluzionarlo.

Lo stesso si deve dire circa il carattere rivoluzionario dei movimenti nazionali in generale. Il carattere incontestabilmente rivoluzionario dell’immensa maggioranza dei movimenti nazionali è altrettanto relativo e originale, quanto è relativo e originale l’eventuale carattere reazionario di alcuni movimenti nazionali singoli. Nelle condizioni dell’oppressione imperialistica, il carattere rivoluzionarlo del movimento nazionale non implica affatto obbligatoriamente l’esistenza di elementi proletari nel movimento, l’esistenza di un programma rivoluzionario o repubblicano del movimento, l’esistenza di una base democratica del movimento. La lotta dell’emiro afghano per l’indipendenza dell’Afghanistan è oggettivamente una lotta rivoluzionaria, malgrado il carattere monarchico delle concezioni dell’emiro e dei suoi seguaci, poiché essa indebolisce, disgrega, scalza l’imperialismo, mentre la lotta di certi “ultra” democratici e “socialisti” “rivoluzionari” e repubblicani dello stampo, ad esempio, di Kerenski e Tsereteli, Renaudel e Scheidemann, Cernov e Dan, Henderson e Clynes durante la guerra imperialista, era una lotta reazionaria, perché aveva come risultato di abbellire artificialmente, di consolidare, di far trionfare l’imperialismo. La lotta dei mercanti e degli intellettuali borghesi egiziani per l’indipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta oggettivamente rivoluzionaria, quantunque i capi del movimento nazionale egiziano siano borghesi per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano contro il socialismo, mentre la lotta del governo operaio inglese per mantenere la situazione di dipendenza dell’Egitto è, per le stesse ragioni, una lotta reazionaria, quantunque i membri di questo governo siano proletari per origine e appartenenza sociale e quantunque essi siano “per” il socialismo. E non parlo del movimento nazionale degli altri paesi coloniali e dipendenti, più grandi, come l’India e la Cina, ogni passo dei quali sulla via della loro liberazione, anche se contravviene alle esigenze della democrazia formale, è un colpo di maglio assestato all’imperialismo, ed è perciò incontestabilmente un passo rivoluzionario.

Lenin ha ragione quando afferma che il movimento nazionale dei paesi oppressi si deve considerare non dal punto di vista della democrazia formale, ma dal punto di vista dei risultati effettivi nel bilancio generale della lotta contro l’imperialismo, cioè “non isolatamente, ma su scala mondiale” (Ib. p. 257).

2)   Il movimento di liberazione dei popoli oppressi e la rivoluzione proletaria. Nel risolvere la questione nazionale, il leninismo parte dalle tesi seguenti:

a)    il mondo è diviso in due campi; da una parte un pugno di nazioni civili, che detengono il capitale finanziario e sfruttano l’enorme maggioranza della popolazione de globo; dall’altra i popoli oppressi e sfruttati delle colonie e dei paesi dipendenti, che costituiscono questa maggioranza;

b)   le colonie e i paesi dipendenti, oppressi e sfruttati dal capitale finanziario, costituiscono un’immensa riserva e la più cospicua sorgente di forze dell’imperialismo;

c)    la lotta rivoluzionaria dei popoli oppressi dei paesi dipendenti e coloniali contro l’imperialismo è, l’unica via della loro liberazione dall’oppressione e dallo sfruttamento;

d)   i principali paesi coloniali e dipendenti si sono già messi sulla via del movimento di liberazione nazionale, il quale non può non condurre alla crisi del capitalismo mondiale;

e)    gli interessi del movimento proletario nei paesi avanzati e del movimento di liberazione nazionale nelle colonie esigono l’unione di questi due aspetti del movimento rivoluzionario in un fronte comune di lotta contro il nemico comune, contro l’imperialismo;

f)     la vittoria della classe operaia nei paesi avanzati e la liberazione dei popoli oppressi dal giogo dell’imperialismo non sono possibili senza la formazione e il consolidamento di un fronte rivoluzionarlo comune;

g)    la formazione di un fronte rivoluzionarlo comune non é possibile senza l’appoggio diretto e deciso, da parte del proletariato dei paesi oppressori, del movimento di liberazione dei popoli oppressi, contro il “patrio” imperialismo, perché “non può esser libero un popolo che opprime altri popoli” (Marx);

h)    questo appoggio consiste nel difendere, sostenere, applicare la parola d’ordine del diritto delle nazioni alla separazione, all’esistenza come stato indipendente;

i)      senza l’applicazione di questa parola d’ordine è impossibile organizzare l’unione e la collaborazione delle nazioni in un’economia mondiale unica, base materiale della vittoria del socialismo;

j)     quest’unione non può essere che volontaria, non può sorgere che sulla base della fiducia reciproca e di reciproci rapporti fraterni fra i popoli.

Di qui due aspetti, due tendenze nella questione nazionale: la tendenza alla liberazione politica dai ceppi dell’imperialismo e alla creazione di stati nazionali indipendenti, tendenza generata dall’oppressione imperialistica e dallo sfruttamento coloniale, e la tendenza all’avvicinamento economico delle nazioni, che sorge, con la formazione di un mercato mondiale e di una economia mondiale.

“Nel corso del suo sviluppo il capitalismo - dice Lenin - conosce nella questione nazionale due tendenze storiche. La prima consiste nel risveglio della vita nazionale e dei movimenti nazionali, nella lotta contro ogni oppressione nazionale, nella creazione di stati nazionali. La seconda consiste nello sviluppo e nella moltiplicazione di ogni sorta di relazioni fra le nazioni, nella demolizione delle barriere nazionali, nella creazione dell’unità internazionale del capitale, della vita economica in generale, della politica, della scienza, ecc. Entrambe queste tendenze sono una legge universale del capitalismo. La prima prevale all’inizio del suo sviluppo, la seconda caratterizza il capitalismo maturo, in marcia verso la sua trasformazione in società socialista”. (Note critiche sulla questione nazionale, vol. XVII, pp. 139140).

Per l’imperialismo queste due tendenze rappresentano una contraddizione insuperabile, perché l’imperialismo non può vivere senza sfruttare e mantenere con la forza le colonie nel quadro di un “tutto unico”, perché l’imperialismo può avvicinare le nazioni soltanto seguendo la via delle annessioni e delle conquiste coloniali, senza le quali, generalmente parlando, esso è inconcepibile.

Per il comunismo, invece, queste tendenze non sono, che due aspetti di una causa unica, la causa dell’emancipazione dei popoli oppressi dal giogo dell’imperialismo, perché il comunismo sa che l’unione dei popoli in un’economia mondiale unica non è possibile che sulla base della fiducia reciproca e di un accordo liberamente consentito, che il processo di formazione di un’unione volontaria dei popoli passa attraverso la separazione delle colonie dal “tutto unico” imperialistico, attraverso la loro trasformazione in stati indipendenti.

Di qui la necessità di una lotta tenace, incessante, decisa, contro lo sciovinismo da grande potenza che è proprio dei “socialisti” delle nazioni dominanti (Inghilterra, Francia, America, Italia, Giappone, ecc.), i quali non vogliono combattere contro i propri governi imperialisti, non vogliono appoggiare la lotta che i popoli oppressi delle “loro” colonie conducono per liberarsi dall’oppressione e costituirsi in stati indipendenti.

Senza questa lotta non è concepibile educare la classe operala delle nazioni dominanti nello spirito di un reale internazionalismo, nello spirito di un avvicinamento alle masse lavoratrici dei paesi dipendenti e delle colonie, nello spirito di una preparazione reale della rivoluzione proletaria. La rivoluzione in Russia non avrebbe vinto, e Kolciak e Denikin non sarebbero stati battuti, se il proletariato russo non avesse goduto della simpatia e dell’appoggio dei popoli oppressi dell’ex impero russo. Ma per conquistare la simpatia e l’appoggio di questi popoli, esso dovette, prima di tutto, spezzare le catene dell’imperialismo russo e liberare questi popoli dall’oppressione nazionale, senza di che sarebbe stato impossibile consolidare il potere sovietico, dare vita a un vero internazionalismo, creare quella mirabile organizzazione di collaborazione dei popoli che si chiama Unione delle Repubbliche Socialiste Sovietiche e che é il prototipo vivente della futura unione dei popoli in una economia mondiale unica.

Di qui la necessità della lotta contro l’isolamento, la grettezza, il particolarismo nazionale dei socialisti dei paesi oppressi, che non vogliono vedere più in là del loro campanile nazionale e non comprendono il legame che unisce il movimento di emancipazione del loro paese al movimento proletario dei paesi dominanti.

Senza questa lotta non si può difendere la politica indipendente del proletariato delle nazioni oppresse, non si può difendere la sua solidarietà di classe col proletariato dei paesi dominanti nella lotta per abbattere il nemico comune, per abbattere l’imperialismo; senza questa lotta non sarebbe possibile l’internazionalismo.

Questa è la via che si deve seguire per educare le masse lavoratrici delle nazioni dominanti e delle nazioni oppresse nello spirito dell’internazionalismo rivoluzionarlo., Ecco ciò che dice Lenin a proposito di questo duplice aspetto del lavoro dei comunisti per educare gli operai nello spirito dell’internazionalismo:

“Può questa educazione... essere concretamente la stessa per le grandi nazioni che ne opprimono altre e per le nazioni piccole e oppresse? Per le nazioni che ne annettono altre e per le nazioni annesse?

“Evidentemente, no. La marcia verso un fine unico verso l’eguaglianza completa, l’avvicinamento più stretto e l’ulteriore fusione di tutte le nazioni, procede qui, evidentemente, per differenti vie concrete allo stesso modo, per esempio, che il tragitto per arrivare a un punto situato al centro di una pagina va verso sinistra se si parte da uno dei margini e verso destra se si parte dal margine opposto. Se il socialista di una grande nazione che ne opprime e ne annette delle altre, predicando la fusione delle nazioni in generale, dimenticherà anche solo per un istante che il “suo” Nicola II, il “suo” Guglielmo, Giorgio, Poincaré e compagnia sono essi pure per la fusione con le piccole nazioni (mediante l’annessione) - che Nicola II è per la “fusione” con la Galizia, Guglielmo II per la “fusione” col Belgio, ecc. - un tal socialista finirà per essere, in teoria, un dottrinario ridicolo e, in pratica, un manutengolo dell’imperialismo.

“Il centro di gravità dell’educazione internazionalista degli operai nei paesi oppressori deve risiedere immancabilmente nella propaganda e nella difesa da parte loro della libertà dei paesi oppressi di separarsi. Senza questo non v’è internazionalismo. Noi abbiamo il diritto e l’obbligo di trattare da imperialista e da furfante ogni socialista di un paese oppressore che non faccia questa propaganda. Si tratta di una rivendicazione incondizionata, quantunque fino all’avvento del socialismo la separazione sia possibile e “realizzabile” in un caso su mille...,

“Al contrario, il socialista di una piccola nazione deve porre il centro di gravità dell’agitazione sulla seconda parola della nostra formula generale: “volontaria unione” delle nazioni. Egli può, senza trasgredire i suoi doveri di internazionalista, essere e per l’indipendenza politica della sua nazione, e per l’inclusione di essa in un vicino stato X, Y, Z, ecc. Ma in ogni caso egli deve lottare contro la grettezza delle piccole nazioni, il loro isolamento, il loro particolarismo, lottare perché si tenga conto del tutto, dell’assieme del movimento, perché l’interesse particolare venga subordinato all’interesse generale.

“Coloro che non hanno approfondito la questione trovano “contraddittorio” che i socialisti dei paesi oppressori insistano sulla “libertà di separazione” e i socialisti delle nazioni oppresse sulla “libertà di unione”. Ma se si riflette un poco si vede che un’altra via, per arrivare all’internazionalismo e alla fusione delle nazioni, un’altra via per raggiungere questo scopo partendo dalla situazione attuale, non c’è e non può esserci”. (Bilancio della discussione


CENNI BIOGRAFICI SUI PERSONAGGI PIU' IMPORTANTI CITATI NEL VOLUME

BAUER, Otto (1882-1938) - Socialdemocratico austriaco, teorico dell’“austro-marxismo”, fu, dopo la rivoluzione del novembre 1918, ministro degli esteri nel gabinetto di coalizione. Nel 1020 collaborò all’organizzazione dell’Internazionale, due, e mezzo. Fu uno dei maggiori, responsabili del fallimento delle insurrezioni operaie del 1927 e del 1934.

CERNOV, Vittorio (n. 1873) - Dirigente del partito socialista-rivoluzonario. Ministro dell’agricoltura dopo la Rivoluzione di Febbraio, favorì la lotta contro i contadini che si impadronivano delle terre. Presiedette l’Assemblea costituente e in seguito partecipò attivamente all’azione contro il potere sovietico.

CICERIN, Giorgio (n. 1872) - Esponente della corrente menscevica fino alla prima guerra mondiale. Nel corso di ~ assunse una posizione internazionalista e, dopo la Rivoluzione d’Ottobre, passò nelle file dei bolscevichi. Fu ministro degli esteri. Il XIV e il XV Congresso del Partito lo elessero al Comitato Centrale.

DAN, Teodoro (1871 vivente) - Membro dell’“Unione di lotta per l’emancipazione della classe operaia”, costituita da Lenin nel 1895. Nel 1903 si schierò coi menscevichi e, dopo il 1907, fu tra i cosiddetti liquidatori. Fu avversario dichiarato del potere sovietico.

DENIKIN, Antonio (1872-1947) - Generale zarista, capo di stato maggiore dopo la Rivoluzione di Febbraio. Dopo l’Ottobre fuggì nella regione del Don, ove, alla morte di Kornilov (1918), ebbe il comando dell’esercito controrivoluzionario colà operante Nel 1920, in seguito alle sconfitte subite, fu costretto a cedere il comando a Wrangel che ancora resisteva in Crimea. Rifugiatosi all’estero, pubblicò alcuni volumi di memorie e documenti sulla guerra civile.

GIORDANIA, Noè (pseudonimo: KOSTROV) (n. 1870) Fondatore del partito socialdemocratico georgiano. Fu con i liquidatori nel periodo della reazione stolypiniana e con i difensisti negli anni della prima guerra mondiale. Nel 1918-20 fu presidente del governo georgiano e strinse accordi con Denikin per la lotta comune contro il potere sovietico. Emigrò nel 1921.

GIORGIO V (11936) - Re d’Inghilterra, succeduto nel 1910 al padre Edoardo VII.

GUGLIELMO II (1859-1941) - Imperatore di Germania. Successe nel 1888 al padre Federico III. Grande esponente del militarismo prussiano e dell’imperialismo tedesco che sfociarono nella guerra imperialista mondiale 1914-18. Al termine della guerra la rivoluzione lo costrinse ad abbandonare il trono e a riparare in Olanda.

HENDERSON, Arturo (1863-1935) - Dirigente del partito laburista e della II Internazionale, tradunionista. Durante la prima guerra mondiale partecipò al governo di Lloyd George, dal quale fu costretto a dimettersi nel 1917 per aver aderito alla Conferenza di Stoccolma che reclamava una conferenza internazionale per la pace. Nel 1924 fu ministro degli interni nel gabinetto MacDonald.

KERENSKI, Alessandro (1881-1948) - Avvocato russo, sedette tra i trudoviki alla IV Duma. Dopo la Rivoluzione di Febbraio presiedette diversi ministeri borghesi di coalizione, sforzandosi costantemente di soffocare il movimento proletario. Emigrò dopo la Rivoluzione d’ottobre.

KOLCIAK, Alessandro (1875-1920) - Ammiraglio zarista. Emigrò in America nel 1917 e ne ritornò l’anno seguente per combattere, con l’aiuto dei governi francese e inglese, il potere sovietico. Abbattuto il governo socialista-rivoluzionarlo di Omsk, si proclamò “reggente supremo della Russia”. Fu sconfitto nel gennaio 1920 e fucilato il mese successivo.

NICOLA II (1868-1918) - Ultimo imperatore russo, successe nel 1894 al padre Alessandro III. Fu detronizzato dalla Rivoluzione di Febbraio e giustiziato l’anno seguente a Iekaterinburg.

POINCARE, Raimondo (1860-1934) - Giurista francese, primo ministro nel 1912, presidente della repubblica nel 1913-20 e di nuovo primo ministro nel 1922-24 e nel 1926-29.

RENAUDEL, Pietro (,1871-1935) - Dirigente dell’ala destra del partito socialista francese, collaborò a vari, giornali e, dopo la morte di Jaurès, diresse l’Humanité. Membro dell’Esecutivo della II Internazionale, ebbe un atteggiamento sciovinista durante la prima guerra mondiale.

RENNER, Carlo (1870 vivente,) - Dirigente dell’ala destra del partito socialdemocratico austriaco. Sciovinista durante la prima guerra mondiale. Dopo la rivoluzione del novembre 1918, fino al 1921, fu cancelliere della repubblica e seguì una politica nettamente antioperaia. Attualmente presidente della repubblica.

SCHEIDEMANN, Filippo (1865-1933) - Dirigente dell’ala destra della socialdemocrazia tedesca, fu uno del principali responsabili della condotta sciovinista del partito durante la prima guerra mondiale. Scoppiata la rivoluzione del novembre 1918, tentò di salvare la monarchia partecipando al gabinetto del principe Massimiliano di Baden e, più tardi, capeggiò il governo provvisorio che preparava l’assemblea di Weimar, adoperandosi per soffocare ogni tentativo rivoluzionario e rendendosi corresponsabile dell’assassinio di Carlo Liebknecht e di Rosa Luxemburg.

SPRINGER - v. RENNER.

TSERETELI, Iracleo (n. 1882) - Dirigente menscevico e deputato alla Duma. Membro del governo di coalizione nel maggio 1917. Emigrò dopo la Rivoluzione d’Ottobre.


       


NOTE

[1] Scritto tra la fine dei 1912 e il principio del 1913 a Vienna e pubblicato per la prima volta nei nn. 35 della rivista bolscevica Prosvestcenie [L’educazione] (Stalin, Opere complete, ediz. in lingua russa, Mosca, vol. II, 1946, pp. 290367) (N.d.T.).

[2] Con un manifesto del 17 ottobre 1905, lo zar aveva concesso una Duma elettiva. Ma anche per le elezioni di questa Duma, come per la Duma di Bulyghin, non venne concesso il suffragio universale. Inoltre gli elettori erano divisi in quattro curie: dei proprietari fondiari, della borghesia, dei contadini e degli operai e le elezioni non erano dirette ma a gradi, e alle prime due curie era assicurata la prevalenza. (Cfr. Storia del Partito Comunista [bolscevico] dell’U.R.S.S.., ediz. in lingue estere, Mosca, 1945, pp. 53, 66, 7172) (N.d.T.).

[3] Il Bund era l’Unione generale degli operai ebrei di Lituania, Polonia, Russia. Si era costituito ufficialmente nel settembre 1897 al Congresso di Vilna. Nel 1898 aderì al Partito Operaio Socialdemocratico Russo. Ne uscì nel 1905 e nel 1906 fu riammesso nel P.O.S.D.R. Nelle questioni politiche ed organizzative generali si schierò costantemente dalla parte dei menscevichi e poi dei liquidatori del partito; durante la guerra e anche dopo la Rivoluzione di Febbraio, lottò contro i bolscevichi. Ma in seguito incominciò a disgregarsi. Nel 1918 si formarono nel Bund i primi gruppi di sinistra; nel 1919 i bundisti ucraini e bielorussi si staccarono e aderirono al Partito bolscevico. Nel 1920, la XII Conferenza riconobbe la necessità di desistere dall’opposizione al potere sovietico, e nel 1921, alla Conferenza di Minsk, i resti del Bund, tranne un piccolo gruppo capeggiato da Abramovic, deliberarono di entrare nel Partito bolscevico (N.d.T.).

[4] Col termine gergo qui si indica il Jiddisch, dialetto parlato dagli ebrei dell’Europa orientale: proviene dal tedesco medioevale con parole ebraiche e slave e si scrive in caratteri ebraici. Esiste una ricca letteratura Jiddisch (N.d.T.).

[5] Cfr. il Resoconto della IX Conferenza del Bund.

[6] Cfr. la Risoluzione della Conferenza di Agosto.

[7] Per la Conferenza dell’Unione Regionale Menscevica del Caucaso e per la Conferenza dei liquidatori cfr. il cap. VI del presente scritto (N.d.T.).

[8] Ibid.

[9] Allusione alle modeste riforme nel campo del regime agrario concesse dal governo zarista (1861) in seguito alla situazione molto tesa creatasi nel paese dopo la sconfitta russa in Crimea. La principale di queste riforme, che avrebbe dovuto abolire il servaggio, aveva lasciato i contadini in una situazione semiservile (N. d. T.).

[10] Cfr. Springer: Il problema nazionale, ed. Obscestvennaia Polza [Utilità pubblica], 1909, p.43

[11] Cfr. O. Bauer, La questione nazionale e la socialdemocrazia, ed. Serp [La falce], 1909, pp. 1-2

[12] Ibid., p. 6.

[13] Ibid., p. 2

[14] Bauer op. cit., pp. 2425.

[15] Ibid., p. 139.

[16] Ibid., p. 2.

[17] Op. cit., p. 2.

[18] Ibid., p. 389.

[19] Ibid., p. 388.

[20] Op. cit., p. 396.

[21] Ibid., p. 2.

[22] Ibid., p. 130.

[23] Ibid., p. 130.

[24] Cfr. la sua opere Der Arbeiter und die Nation, 1912, p. 33.

[25] Cfr. 0. Bauer, La questione nazionale e la socialdemocrazia, ed. Serp, 1909, p. 166.

[26] La socialdemocrazia jugoslava opere nell’Austria meridionale.

[27] Cfr. V. Kossovski, Problemi della nazionalità, 1907, pp. 1617.

[28] 2 Al Congresso di Brünn della socialdemocrazia austriaca (2429 settembre 1899) la questione nazionale fu al centro della discussione. Tuttavia nel programma non fu introdotta la rivendicazione del diritto di autodecisione delle nazioni fino alla separazione ed alla formazione di uno stato indipendente. Nel campo dell’organizzazione di partito, il Congresso accentuò l’isolamento dei gruppi Socialdemocratici nazionali, dando una struttura federativa anche alla direzione centrale del partito composto dei Comitati Esecutivi delle organizzazioni socialdemocratiche tedesca, ceca, polacca, piccolo-russa, ucraina, Italiana e jugoslava (N.d.T.).

[29] Cfr. Springer, Il problema nazionale, p. 4.

[30] Cfr. 0. Bauer, La questione nazionale e la socialdemocrazia, p. 399.

[31] La questione nazionale, p. 422.

[32] Il problema nazionale, pp. 281282.

[33] «Da noi grazie a Dio, non c’è parlamento»: parole pronunziate da Kokovtsov, ministro delle finanze zarista (e poi primo ministro), alla terza Duma, il 24 aprile 1908 (N.d.T.).

[34] Il problema nazionale, p. 36.

[35] La questione nazionale, p. 401.

[36] Votarono per questo programma anche 4 rappresentanti del partito socialdemocratico jugoslavo. Cfr. Dibattiti sulla questione nazionale al Congresso di Brünn, pp. 721906.

[37] Cfr. Verhandlungen des Gesammtparteitages, Brünn, 1899.

[38] Il problema nazionale, p. 286.

[39] La questione nazionale, p. 549.

[40] Ibid., p. 555.

[41] Il problema nazionale, p. 19.

[42] La questione nazionale, p. 286.

[43] Il problema nazionale, p. 74.

[44] Ibid., pp. 8889.

[45] Ibid., p. 89,

[46] La questione nazionale, p. 375.

[47] Il problema nazionale, p. 234.

[48] La questione nazionale, p. 553.

[49] Ibid., p. 337.

[50] Ibid., p. 554.

[51] Ibid., p. 555.

[52] Ibid., p. 556.

[53] Ibid., p. 543.

[54] Ibid., p. 542.

[55] Discussioni sulla questione nazionale al Congresso di Brünn, p. 48.

[56] Cfr. Bauer, La questione nazionale, p. 553.

[57] Cfr. il principio di questo capitolo.

[58] Cfr. Manifesto, Edizioni Rinascita, Roma, 1948, pp. 5152 (N.d.T.).

[59] Il Congresso di Vienna o Wimberg (dal nome dell’albergo in cui si riuniva) del partito socialdemocratico austriaco ebbe luogo dal 6 al 12 giugno 1897. In questo congresso il partito, fino allora unificato, fu diviso in sei gruppi socialdemocratici nazionali indipendenti (tedesco, ceco, polacco [piccolo-russo], ucraino, italiano e jugoslavo uniti solo nel congresso generale e in un comitato centrale (N.d.T.).

[60] La questione nazionale, pp. 381, 396.

[61] Ibid., p. 389.

[62] Cfr. Marx, La questione ebraica, 1844.

[63] Cfr.. Kautsky, Il massacro di Kiscinev e la questione ebraica, 1906.

[64] La questione nazionale, p. 388.

[65] Cfr. Gli aspetti del movimento nazionale, ecc., redatto dal Kastelianski, p. 772.

[66] Cfr. I protocolli del II Congresso, p. 176.

[67] Cfr. Il Resoconto dell’VIII Conferenza del «Bund», 1911, p. 62.

[68] Ibid., pp. 83-84.

[69] Cfr. Resoconto dell’VIII Conferenza del « Bund», p. 85.

[70] Nelle elezioni per gradi alla Duma le curie designavano gli elettori che dovevano poi eleggere i deputati (N.d.T.).

[71] Cfr. Resoconto della IX Conferenza del « Bund », 1912, p. 42.

[72] Cfr. Resoconto dell’VIII Conferenza del « Bund”, p. 83.

[73] Cfr. Resoconto dell’VIII Conferenza del “Bund », p. 68.

[74] Cfr. Nascia Zarià [La nostra aurora], 1912, n. 910, p. 120.

[75] Cfr. Notizia sul VI Congresso del «Bund», p. 7.

[76] Cfr. Resoconto dell’VIII Conferenza dei «Bund», p. 72.

[77] Cfr. Sulla questione dell’autonomia nazionale e della riorganizzazione della socialdemocrazia russa su basi federative, ediz. del Bund, 1902.

[78] Manilov: personaggio delle Anime morte di Gogol. Questo nome è passato nell’uso comune in Russia per indicare un carattere fiacco, indolente, sognatore (N.d.T.).

[79] Cfr. Nasce Slovo [Le nostra parola], Vilna, 19061 n. 3, p. 24.

[80] La vecchia Iskra [Scintilla]: così fu chiamata l’Iskra del 1900-1903 (fino al n. 51), quando Lenin partecipava attivamente alla sua redazione, per distinguerla dalla nuova Iskra, che dopo il secondo Congresso del P.O.S.D.R. (1903) passò nelle mani dei menscevichi. La vecchia Iskra aveva pubblicato una serie di articoli (fra i quali uno di Lenin) contro il nazionalismo del Bund e contro le sue posizioni nella questione nazionale e nelle questioni di struttura organizzativa del partito (N.d.T.).

[81] Cfr. Sulla questione dell’autonomia nazionale, ecc., 1902, p. 17, edizione del Bund.

[82] Cfr. Il Resoconto della IX Conferenza del «Bund», p. 19.

[83] Noé Giordania (N.d.T.).

[84] Vedi il giornali georgiano Cveni Zhovreba,..[Lo. nostra vita], 1912, n. 12.

[85] Cfr. il giornale georgiano Cveni Zhovreba, 1912, n. 12.

[86] Si allude alla cosiddetta “Conferenza di Agosto» tenutasi nel 1912 a Vienna, che ebbe come scopo l’organizzazione di un blocco antibolscevico. Parteciparono alla Conferenza i liquidatori (che volevano liquidare l’organizzazione clandestina del partito e limitare il campo di attività dei socialdemocratici alle associazioni culturali, cooperative e simili, tollerate dallo zarismo), il Bund, i socialdemocratici lettoni e una parte idei caucasiani. Principale organizzatore e ispiratore della Conferenza fu L. Trotski (N.d.T.).

[87] Cfr. Nascia Zarià, 1912, n. 910, n. 120.

[88] Cfr. Nasce Slovo, 1906, n. 8, p. 53.

[89] Si allude alla priva guerra balcanica, cominciata nell’ottobre 1912 tra la Bulgaria. la Serbia, la Grecia, il Montenegro da una parte e la Turchia dall’altra (N.d.T.).

[90] Resoconto dell’VIII Conferenza. del « Bund »; cfr. la fine della risoluzione sulla comunità,

[91] Strasser, Der Arbeiter und die Nation, 1912.

[92] Si riferisce al IV Congresso del P.O.S.D.R., detto «congresso di unità», che si tenne a Stoccolma nell’aprile del 1906 (N.d.T.).

[93] Nelle elezioni alla IV Duma, Iaghello, deputato di Varsavia della «sinistra» del Partito socialista polacco, riunì i nazionalisti borghesi ebrei in blocco con i bundisti e il P.S.P., nonostante il parere contrario degli elettori socialdemocratici polacchi, che costituivano la maggioranza nel collegio degli elettori operai. La frazione socialdemocratica della IV Duma imperiale, composta in maggioranza di liquidatori, accolse nel suo seno Iaghello, sanzionando il suo atto e la politica scissionistica del Bund (N.d.T.).

[94] Tesi pubblicate sul n. 29 della Pravda [La verità] il 10 febbraio 1921, presentate al X Congresso del Partito Comunista (bolscevico) della Russia (816 marzo 1921) e approvata dal Comitato Centrale del partito (Opere complete, ediz. in lingua russa, Mosca, vol. V, 1947, pp. 1529) (N.d.T.).

[95] Le ultime sette nazionalità sono unite nel gruppo “gori”.

[96] Le ultime cinque nazionalità sono unite nel gruppo “daghestani”.

[97] Rapporto tenuto al X Congresso del Partito comunista (bolscevico) della Russia il 10 marzo 1921 (Opere complete, ediz. in lingua russa, vol. V, 1947, pp. 4144). Nel presente volume è stata omessa la prima parte in cui l’autore si limita a esporre le tesi presentate al Congresso e da noi riprodotte nelle pp. 8294 (N.d.T.).

[98] Gli articoli a cui allude l’autore furono pubblicati da Cicerin, che in quel tempo era Commissario del Popolo per gli Affari esteri, nei nn. 50, 51, 52 della Pravda (6, 7, 9 marzo 1921) coi titolo Contro le tesi del compagno Stalin (N.d.T.).

[99] Lezione tenuta all’Università Sverdlov nell’aprile 1924 (Opere complete, Mosca, vol. VI, 1947, pp. 138149) (N.d.T.).

 

Tratto da - Edizioni Rinascita - Roma 1949

 


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